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Materie prime critiche, gli Usa si fanno una riserva strategica mentre l’Ue arranca. La Corte dei Conti: “Sicurezza delle forniture non garantita”

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Da un lato Washington che tratta le materie prime critiche come una priorità di sicurezza nazionale e si prepara a investire quasi 12 miliardi di dollari per crearne una riserva strategica e ridurre la dipendenza dalla Cina. Dall’altro Bruxelles che arranca. E, secondo la Corte dei Conti europea, è ad alto rischio di mancare l’obiettivo di un accesso sicuro ai materiali indispensabili per la transizione energetica e digitale entro il 2030. La relazione speciale ad hoc dei magistrati contabili pubblicata lunedì, proprio mentre la Casa Bianca confermava l’avvio del “Progetto Vault” per proteggere settori industriali chiave come automotive, elettronica, difesa ed energie rinnovabili da interruzioni delle catene di rifornimento globali, ha un titolo quasi irridente che non piacerà a Ursula von der Leyen, promotrice tre anni fa di un piano che avrebbe dovuto garantire la sicurezza degli approvvigionamenti: “Una politica non certo solida come una roccia“.

Secondo dati citati dalla Corte presieduta da Tony Murphy, almeno 10 delle 26 materie prime classificate come critiche dall’Ue – perché sono alla base di batterie, turbine eoliche, pannelli solari, semiconduttori e tecnologie digitali avanzate – vengono interamente importate da Paesi terzi. La concentrazione delle forniture è un ulteriore fattore di rischio. Dalla Cina arrivano il 71% del gallio, il 97% del magnesio, il 40% della grafite naturale e il 45% del germanio importati dall’Ue. Per il boro, la dipendenza dalla Turchia raggiunge il 99%. La vulnerabilità è nota da tempo e per affrontarla nel 2024 Bruxelles ha adottato un Regolamento sulle materie prime critiche, fissando tre obiettivi al 2030: coprire con estrazione interna almeno il 10% del fabbisogno europeo, trasformare nell’Ue il 40% dei materiali consumati e garantire che almeno il 25% del consumo provenga da fonti riciclate. Peccato che, come rileva la Corte dei conti, si tratti di target non vincolanti, limitati a 14 materie prime strategiche e privi di una spiegazione chiara sui criteri usati per definirli. E comunque, anche dandoli per buoni, raggiungerli in pochi anni appare poco realistico senza un deciso cambio di passo.

La strategia di diversificazione delle importazioni, per prima cosa, mostra crepe. Negli ultimi cinque anni l’Ue ha firmato 14 partenariati strategici sulle materie prime, sette dei quali con Paesi caratterizzati da bassi livelli di governance. Ma solo sei tabelle di marcia scritte sulla base di quegli accordi esplicitano dei termini di attuazione. Alcune iniziative sono rimaste bloccate – come i negoziati con gli Stati Uniti, sospesi nel 2024 – mentre altre devono ancora produrre effetti, come l’accordo Ue-Mercosur, che coinvolge Paesi ricchi di risorse minerarie. Quanto alle intese con altri Paesi che hanno riserve di materie prime o capacità di trasformazione notevoli, come Cile, Messico, Nuova Zelanda e Regno Unito, “la Commissione non è in grado di dimostrare al momento che abbiano contribuito ad aumentare l’approvvigionamento di materie prime critiche nell’Ue”. Poi c’è il tasto dolente della Cina, che lo scorso aprile ha imposto restrizioni all’esportazione di sette terre rare e magneti strategici per le energie rinnovabili e altri settori industriali, rendendole soggette a licenze. Risultato: allo scorso settembre “le autorità cinesi avevano approvato solo 19 domande di licenza su 141, mentre 121 domande classificate come urgenti erano ancora pendenti”. Reazione di Bruxelles? Non pervenuta: “Al dicembre 2025 la Commissione non aveva presentato reclami all’Organizzazione mondiale del commercio”.

Anche il riciclo, indicato come uno dei pilastri della strategia europea, è al palo. Dei 26 materiali necessari per la transizione energetica, sette hanno un tasso di riutilizzo compreso tra l’1 e il 5% e dieci (compresi litio, gallio e silicio metallico) non sono affatto riciclati. Gli obiettivi europei, non differenziati per singola materia prima, non incentivano il recupero dei materiali più complessi come le terre rare contenute nei motori elettrici o il palladio nell’elettronica, né l’utilizzo di materiali riciclati nei processi industriali. A pesare sono anche gli alti costi di trattamento, che rendono impossibile competere con Pechino che ha dalla sua vantaggi di scala e basso costo del lavoro.

Sul fronte dell’estrazione interna, infine, la Corte evidenzia un problema strutturale di tempi e costi. Le attività di esplorazione sono poco sviluppate. Anche quando vengono individuati nuovi giacimenti, passano fino a 20 anni perché un progetto minerario entri in funzione. Un orizzonte incompatibile con la scadenza del 2030. Nel frattempo, diversi impianti di trasformazione stanno chiudendo, anche a causa degli alti costi energetici. Il che aggrava il rischio di un circolo vizioso: senza approvvigionamenti sicuri non partono nuovi investimenti industriali e senza una filiera industriale solida diventa più difficile garantire l’accesso alle materie prime.

Non sorprende che le conclusioni siano tranchant: “Sebbene il regolamento sulle materie prime critiche stabilisca un percorso strategico, i valori-obiettivo perseguiti non sono giustificati e i dati sottostanti non sono solidi. Gli sforzi di diversificazione delle importazioni devono ancora produrre risultati tangibili e le strozzature ostacolano i progressi nella produzione e nel riciclaggio a livello nazionale. Sebbene i progetti strategici possano beneficiare di autorizzazioni più rapide e di una maggiore visibilità, molti di essi avranno difficoltà a conseguire l’obiettivo di garantire la sicurezza dell’approvvigionamento dell’Ue entro il 2030″.

Il tutto mentre gli Usa di Donald Trump si preparano a mettere sul piatto 12 miliardi per far scorta di terre rare ed essere meno esposti agli umori di Xi Jinping. Una mossa che si inserisce in una strategia più ampia di ri-nazionalizzazione delle forniture critiche: molti osservatori hanno collegato anche le recenti pressioni di Trump sulla Groenlandia alla disponibilità nella regione artica di ricchi giacimenti di materie prime critiche, per quanto difficili da sfruttare visto che il vero collo di bottiglia è la raffinazione. E in quel campo a dominare è la solita Cina.

L'articolo Materie prime critiche, gli Usa si fanno una riserva strategica mentre l’Ue arranca. La Corte dei Conti: “Sicurezza delle forniture non garantita” proviene da Il Fatto Quotidiano.







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