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Prince: dieci anni senza un genio

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Prince non è stato solo un grande musicista, ma un’idea, un’idea radicale di libertà artistica, di controllo sulla propria arte, di proiezione verso il futuro della creatività in un sistema che tende a normalizzare, semplificare, addomesticare. Prince non è stato semplicemente un genio del pop, è stato un corpo estraneo, un meraviglioso errore nel sistema industriale della musica. Per questo, a dieci anni dalla sua morte, continua a parlare al presente come pochi altri artisti del Novecento.

Raccontare Prince significa innanzitutto raccontare l’uomo che ha abbattuto i muri nell’arte del suono. Funk, rock, soul, R&B, jazz, new wave, psichedelia: tutto convive nella sua musica non come citazione, ma come linguaggio naturale. Prince non si limitava a mescolare gli stili: li abitava contemporaneamente. Nei suoi album il funk più viscerale poteva convivere con spericolati arrangiamenti jazz, con assoli rock al fulmicotone e un’attitudine melodica pop di precisione chirurgica. Era accessibile e inafferrabile allo stesso tempo, radiofonico e alieno.

Ma la forza rivoluzionaria di Prince non stava solo nelle canzoni. Stava nel metodo. Scriveva, arrangiava, produceva, suonava. Era la factory di un uomo solo. Nei primi anni Ottanta, quando la divisione dei ruoli era il verbo della discografia, Prince si impone come factotum, sottraendo potere ai produttori e riaffermando la centralità dell’artista. Ogni nota che usciva da un suo disco aveva un’impronta stilistica unica e inimitabile. Il primo album di successo su scala mondiale è Purple Rain (1984), colonna sonora di un film semi-autobiografico che lo trasforma in icona di culto, composta da brani che impongono la sua peculiare complessità compositiva all’industria mainstream. Che rimane spiazzata dalla risposta del pubblico a tanta audacia musicale. 

Anche sul piano visivo Prince ha avuto un impatto formidabile: tacchi, pizzi, eyeliner, pose sensuali, abiti di colori choc, ambiguità sessuale: con lui il corpo dell’artista non è più un accessorio della musica, ma una sua estensione. Da una rivoluzione all’altra: il rapporto con la tecnologia è un altro capitolo centrale della sua eredità. Prince è stato tra i primi a intuire le potenzialità dei nuovi strumenti digitali senza rinunciare al calore analogico: il suo studio era una scatola magica in cui la tecnologia non serviva a banalizzare il suono, ma a moltiplicare le possibilità espressive. 

Questa visione lo portò inevitabilmente allo scontro con l’industria. La questione esplode all’inizio dei Novanta quando la sua produttività cresce a dismisura: Prince incide molta più musica di quanta l’etichetta, la Warner, sia disposta a pubblicare. Il timore della major è un eccesso di offerta, la saturazione del mercato. E Prince, che non vuole sentirsi ingabbiato, si ribella, ancora una volta a modo suo, ribaltando tutte le regole (ancora oggi negli archivi gestiti dagli eredi ci sono decine di ore di musica inedita).

Nel 1993 appare in pubblico con la scritta “slave” sulla guancia, subito dopo rinuncia legalmente al suo nome e adotta il celebre Love Symbolun incrocio grafico tra il simbolo di Venere e quello di Marte. Il simbolo è per sua natura non pronunciabile e questo obbliga i media a chiamarlo The Artist Formerly Know As Prince (Tafkap). Nel 2004 l’album Musicology viene abbinatoall’acquisto del biglietto di un concerto (con un sovrapprezzo di 10 dollari), mentre Planet Earth del 2007 esce in esclusiva in Inghilterra allegato al periodico The Mail On Sunday. Prince pubblica dischi quando vuole, appare, scompare e poi riappare per fare la storia.

Come nel 2007 quando oscura tutti gli altri spettacoli dell’Halftime del Superbowl con dodici minuti di musica che passano alla storia. Il cuore dello show è la pioggia torrenziale che scende dal cielo di Miami. Un incubo a occhi aperti per qualunque altro artista e per qualsiasi produzione televisiva di quel livello, ma non per lui che la pioggia non la subisce, ma la accoglie e la trasforma in coreografia. E quando arriva Purple Rain le coincidenza tra il testo, il diluvio e le luci del palco producono un’istantanea che rimarrà per sempre. Prince sapeva benissimo quale straordinario effetto scenico avrebbe creato una pioggia torrenziale durante un pezzo intitolato Purple Rain, per questo quando uno dei produttori dello show gli chiede un istante prima della diretta tv mondiale se pensa di farcela a salire sul palco inondato, lui risponde serafico: “Non è che riusciamo a far piovere più forte di così?”. 

È una traiettoria di lampi geniali quella di Prince. Tra le perle, la notte della rock and Roll Hall fame nel 2004 in cui sale sul palco con un supergruppo e il figlio di George Harrison, Dhani, per partecipare alla cover di While my guitar gently weeps dei Beatles. Per cinque minuti si mimetizza, quasi scompare in mezzo agli altri musicisti, poi entra in scena solo quando il brano sembra aver già detto tutto ciò che doveva dire e con un assolo leggendario reinventa letteralmente uno dei classici dei Fab Four. Mentre il pubblico, allibito, si chiede cosa sia successo, lui lancia la chitarra nel vuoto e altezzoso e soddisfatto abbandona il palcoscenico.

Prince muore da solo il 21 aprile 2016, a 57 anni, nel suo studio di registrazione di Paisley Park, a Chanhassen, in Minnesota. Il corpo senza vita viene trovato nelle prime ore del mattino all’interno dell’ascensore. Ucciso, si dice, dagli oppiodi che assumeva per tenere a bada i dolori fisici cronici (in particolare all’anca) di un fisico debilitato dopo decenni di performance estreme. Una settimana prima della fine aveva incendiato il Fox Theatre di Atlanta con una performance piano e voce conclusa sulle note di Purple Rain. L’ultimo atto di un artista che non ha mai cercato di piacere a tutti, che non ha mai cercato di essere capito, ma che ha preteso di essere ascoltato. 







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