Dietro le piazze violente 2mila antagonisti, con capi, strategia, coordinamento. E il vizio infame di reclutare ragazzini
Ci sono un coordinamento, uno schema, una preparazione che dura settimane e «accordi preventivi anche sull’utilizzo di manovalanza sempre più giovane, compresa quella minorenne» e dei maranza. In un articolo molto informato, che dà conto delle evidenze investigative sulla «rete degli “esperti” del disordine», il Corriere della Sera ricostruisce quello che c’è dietro le violenze delle piazze antagoniste, indicando numeri, profili, modus operandi. Ne emerge il disegno lucido di una ricerca della tensione che usa i temi dell’attualità come pretesto per perseguire lo scopo dell’attacco alle forze dell’ordine, «il vero obiettivo finale degli strateghi della violenza».
Cosa c’è dietro le piazze violente
Nell’articolo, firmato da Rinaldo Frignani, si legge che «chi indaga stima un giro di circa 2 mila persone, molte delle quali già conosciute dalle forze dell’ordine». Finora hanno potuto contare sul vuoto normativo, colmato dall’ultimo decreto sicurezza, che non permetteva di estendere alle manifestazioni i fermi preventivi previsti per gli eventi sportivi e se ne sono giovati. Secondo la ricostruzione, «non hanno cattivi maestri». Si capisce piuttosto che i cattivi maestri sono loro: tra gli agitatori c’è gente attiva dai primi anni duemila, che oggi è adulta e che cerca nuove leve tra «studenti minorenni e maranza». Esiste, si legge ancora nel pezzo, «una sorta di cupola composta dai leader delle frange più estreme della contestazione antagonista e anarchica a Milano, Torino, Genova, Bologna e anche a Roma, che coordina di volta in volta gli interventi soprattutto durante i grandi cortei di movimenti studenteschi, centri sociali, sindacati di base».
Coordinamento, strategia, schemi: lo scopo è l’attacco alla polizia
Sebbene non si parli di regia, la polizia di prevenzione e il Comitato di analisi strategica antiterrorismo hanno rilevato all’interno di questa galassia un coordinamento, una strategia e schemi replicati nell’ambito di escalation registrata negli ultimi due anni, a partire dalle piazze per Gaza. Ciclici episodi a più bassa intensità in manifestazioni minori che precedono le grandi esplosioni di violenza nelle manifestazioni nazionali, dove «il passo successivo, analizzato dalle forze dell’ordine, è infiltrarsi, coprirsi il volto, spesso vestirsi di nero, armarsi di bombe carta e tubi di lancio per tirare ad alzo zero fuochi pirotecnici contro il cordone di sicurezza di poliziotti, carabinieri e finanzieri. Il vero obiettivo finale degli strateghi della violenza».
Dagli antagonisti azioni «studiate per settimane»
Dagli scontri di Roma del 2024 e 2025 a quelli di questi giorni a Torino e Milano è uno schema che si ripete e che ha convinto gli investigatori del fatto che non si tratta di azioni «improvvisate, ma studiate per settimane. Forse anche provate più volte, precedute da innalzamento della tensione con slogan e campagne social per cercare consenso e indirizzare la piazza verso una direzione precisa». Ogni gruppo ha il suo stile, la sua identità, ma sempre nella cornice – che tutto tiene – dell’estremismo antagonista e anarchico, con collegamenti anche all’estero e con la capacità «di aggregarsi con gli altri al momento giusto».
L’utilizzo dei giovanissimi come «manovalanza»
«Le indagini – si legge ancora sul Corriere – hanno evidenziato accordi preventivi, anche sull’utilizzo di manovalanza sempre più giovane, compresa quella minorenne. Con ragazzini e maranza in prima linea, molti di seconda generazione, come gli autori a fine settembre delle devastazioni della Stazione Centrale di Milano, le dinamiche dell’ordine pubblico vengono meno». In questo contesto, «complice una parte del web che incita alla violenza» si annida anche il rischio della «radicalizzazione», che rappresenta un elemento di particolare preoccupazione per gli investigatori.
Le parole del fondatore di Askatasuna
Nell’articolo del Corriere viene anche riferito delle difficoltà per gli organizzatori dei cortei a intervenire, perché «gli scontri scoppiano a fine manifestazione quando a vincere è solo la rabbia contro le divise, senza alcun collegamento con le motivazioni delle proteste». Bisogna però spostarsi su un’altra testata, La Stampa, per inquadrare meglio anche questa circostanza. Intervistato domenica, uno dei fondatori di Askatasuna, il 50enne Andrea Bonadonna ha detto che «le persone che erano in piazza erano ben consapevoli di cosa significava quella giornata. Il centro sociale più combattivo d’Italia era stato sgombrato. Il ministro Piantedosi ha usato Askatasuna come scalpo da portare al suo elettorato. Nessuno poteva aspettarsi una passeggiata».
Piantedosi: «C’è chi mira al caos generalizzato»
Tornando sul Corriere della Sera, oggi si trova anche un’intervista al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. «Evidentemente c’è chi mira al caos generalizzato, una dinamica che abbiamo denunciato e che siamo preparati, impegnati e determinati a fronteggiare. Ho sottolineato in Parlamento la gravità di questi comportamenti non senza rilevare che, purtroppo, c’è chi cerca di minimizzarli. Con ciò rischiando, anche involontariamente, di concedere un margine di giustificazione alla strategia che c’è dietro», ha detto il titolare del Viminale rispondendo a una domanda di Fiorenza Sarzanini.
«Il movimento antagonista dichiara pubblicamente il suo obiettivo di stampo eversivo che persegue il sovvertimento del sistema democratico.
Lo hanno detto e scritto chiaramente, con parole che hanno accompagnato gravissimi atti di violenza politica. C’è il rischio di ulteriori salti di qualità. È proprio questo ciò che ci insegna la storia. Dovremmo sottacerlo solo per non contraddire o offendere chi la pensa diversamente?», ha aggiunto Piantedosi rispondendo alle polemiche sull’evocazione degli anni di piombo. «Quanto è accaduto a Torino e quello che è successo in molte manifestazioni negli ultimi due anni dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la legalità e la sicurezza come valori della nostra democrazia. Isolare e neutralizzare i professionisti della violenza dovrebbe essere obiettivo condiviso», ha poi aggiunto Piantedosi, ricordando che «in passato lo Stato ha potuto contare sulla collaborazione di tutte le forze civili e democratiche. Spero che possa accadere ancora».
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