La dura realtà dei lavoratori dei Giochi. Altro che ‘codice etico’
Starsene al lavoro per dodici ore al freddo, in montagna, di notte, così da garantire il servizio di vigilanza nell’Area Rossa delle venues olimpiche. Dormire in una ex canonica di Longarone dentro un sacco a pelo, da volontari della Protezione Civile, dopo essersi occupati durante il giorno di viabilità, traffico e controllo delle strade. Sobbarcarsi lunghe trasferte per raggiungere le sedi ove prestare gratuitamente il proprio lavoro, per consentire il grande show del Circo Bianco. Trovare alloggio in un convento in Valtellina, con il riscaldamento al minimo, il cibo non propriamente invitante e perfino le coperte supplementari a pagamento, al termine di un turno da medico o infermiere nelle strutture sanitarie realizzate per atleti e spettatori.
I Codici etici sono bellissimi, poi c’è la realtà. Nei documenti le parole sono perfette, gli aggettivi collocati al posto giusto, gli impegni solenni vengono assunti davanti al mondo. Prendete Fondazione Milano Cortina 2026, il Comitato organizzatore dei Giochi Invernali. Dalla filiera delle buone intenzioni, che trova la sua origine nelle carte approvate dal Comitato Olimpico Internazionale, è scaturito il codice che porta la data del 21 luglio 2020, aggiornato quattro anni dopo, il 30 gennaio 2024. L’articolo 1 spiega che esso esprime “i nostri valori, principi e standard di condotta fondamentali” ed è stato “elaborato in conformità e in continuità con la Carta Olimpica, il Codice etico del Cio e relative norme di implementazione, nonché con le Raccomandazioni dell’Agenda 2020 e l’Agenda 2020+5 adottate dal Comitato Olimpico internazionale”.
L’applicazione non interessa solo l’attività di Fondazione MiCo in senso stretto, ma anche “ogni relazione con gli stakeholders”, il cui elenco è lunghissimo: soci fondatori, componenti degli organi statutari, dipendenti, collaboratori esterni, partner, sponsor, fornitori, clienti, appartenenti alla collettività, comunità locali, portatori di interessi diffusi e collettivi, mass-media, autorità pubbliche… Praticamente, tutti.
L’articolo 8 si occupa della gestione del “Capitale umano”, promettendo una specie di Eden tra le montagne innevate, sia che si tratti di un’esperienza a pagamento o di un semplice impegno senza paga. “Crediamo che un ambiente di lavoro sano sia indispensabile per consentire a tutti di esprimere al massimo il proprio contributo personale, attitudinale e umano e ci impegniamo ad adottare condizioni di sicurezza, benessere e salute atte a promuovere l’equilibrio psico-fisico dei nostri dipendenti e collaboratori, nel rispetto dei migliori standard, anche internazionali”. Non c’è una sbavatura. “Ci impegniamo a diffondere e a promuovere la cultura della sicurezza sul posto di lavoro sviluppando la consapevolezza dei lavoratori relativamente ai rischi. Promuoviamo pertanto comportamenti responsabili da parte di tutto il personale. Operiamo inoltre per tutelare, soprattutto con azioni preventive, la salute e la sicurezza dei lavoratori”.
Dopo le parole ci sono i fatti. Alla redazione del Fatto sono arrivate parecchie segnalazioni che hanno acceso numerose spie d’allarme. Le situazioni riportate all’inizio costituiscono una sintesi di casi non generici, ma circostanziati, raccontati in prima persona. Un vigilante si è licenziato perché doveva lavorare 84 ore alla settimana (in una ditta che ha vinto un appalto di Fondazione), dalle 19 alle 7 del mattino, invece delle 40 ore previste dal contratto. Non poteva riposare nemmeno un giorno e gli straordinari non gli venivano pagati. Non è un caso isolato, ma si ripete tra le società che hanno ottenuto gli incarichi per il periodo olimpico, da Milano ad Anterselva. A dicembre un vigilante, colto da malore, era morto mentre faceva la guardia nel nuovo Palaghiaccio di Cortina, con temperature che arrivavano fino a 10 gradi sotto lo zero. E i sindacati avevano manifestato chiedendo regole certe e rispetto per i lavoratori.
La sfida olimpica non consiste solo nelle gare e nelle medaglie da esibire come simboli del successo. È anche fatta della gestione delle 60 mila persone impiegate in una organizzazione molto complessa e situazioni diverse. In totale gli accreditati (con atleti, tecnici, famiglia olimpica e giornalisti) sono oltre 87 mila, ma il 70 per cento è rappresentato dalla workforce. In questa voce troviamo lo staff di Fondazione MiCo (indicato complessivamente in circa 6 mila persone), i 18 mila volontari (che devono essere autosufficienti per alloggio e viaggio fino alle sedi di gara) e i 35mila contractors o service providers, ovvero il personale che garantisce tutti i servizi legati allo svolgimento delle gare e al supporto dato ad atleti, tecnici, giornalisti, famiglia olimpica.
Se un’Olimpiade risulti riuscita ed organizzata bene non lo dice il medagliere, che pure passa agli annali, ma lo testimoniano il modo con cui vengono trattati i ragazzi e i lavoratori che contribuiscono a uno spettacolo gigantesco, il cui costo globale è di 2 miliardi di euro.
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