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Morte Moussa Diarra: le intercettazioni sulle torture, la chat e la dinamica. Su cosa punta la parte civile per opporsi all’archiviazione dell’agente

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Il giorno dopo la morte di Moussa Diarra, il giovane del Mali ucciso da un colpo di pistola sparato in stazione ferroviaria a Verona da un poliziotto il 20 ottobre 2024, due pubblici ministeri inviarono alla collega che stava indagando sul decesso un verbale con la trascrizione di intercettazioni ambientali provenienti da un’istruttoria molto più ampia. Era quella che nel 2023 aveva portato in carcere alcuni agenti nell’ipotesi di torture e violenze, commesse di notte nella sezione Volanti della Questura a danno di stranieri fermati per controlli. Carte scottanti, perché tra i nomi citati, anche se non indagato, spuntava quello dell’agente della Polfer, presente, ma solo osservatore di alcuni episodi di intolleranza avvenuti in caserma. Il documento di 30 pagine era firmato dai sostituti procuratori Carlo Boranga e Chiara Bisso, ed era indirizzato alla sostituta Maria Diletta Schiaffino.

La circostanza emerge a poche ore dalla diffusione da parte della senatrice Ilaria Cucchi, di Alleanza Verdi Sinistra, del video degli ultimi istanti di vita di Moussa. È a terra, due poliziotti gli sono accanto, uno spiega: “Chiama un’ambulanza immediatamente ho sparato mi stava aggredendo col coltello… ha ancora il coltello in mano”. Immagini choccanti, pochi giorni dopo l’udienza in cui la parte civile ha discusso l’opposizione alla richiesta di archiviazione presentata dalla Procura secondo cui il poliziotto avrebbe agito per legittima difesa. Il gip di Verona, Livia Magri, si è riservata di decidere.

Il fascicolo delle torture

Il nome dell’assistente capo A. F. ricorre più di una volta nelle intercettazioni (con fotografie) che hanno suffragato l’inchiesta per torture che ha già portato a una dozzina di rinvii a giudizio. In un caso, mentre gli agenti osservavano uno straniero chiuso in una stanza, che urinava in un angolo, A. F. aveva commentato: “Guarda che la puli… pulisci con la faccia”. La sera dopo chiede a un collega, riferendosi a un altro straniero: “Te la stai spippando? Che stai facendo? C…one… brutta m…a, giù la coperta va”. Dopo un po’ di minuti aveva attirato l’attenzione dei colleghi perché un altro soggetto stava dando in escandescenze fuori dalla Questura, danneggiando il citofono. “Sentito il c…one fuori che urla?”. Sunteggiando il seguito, gli ufficiali di Pg annotano: “A. F. commenta dicendo che in tutto il resto del mondo gli avrebbero sparato in fronte”. La frase è agghiacciante. In ogni caso il nome dell’agente non è finito nel registro degli indagati, visto che non c’erano elementi per contestare comportamenti illeciti. Eppure gli avvocati del fratello di Moussa (Fabio Anselmo, Paola Malavolta, Francesca Campostrini e Silvia Galeone) chiedono al gip di “acquisire tutti gli atti relativi a quell’episodio per verificare quale sia stata la ragione del trasferimento di A. F. dalla Volanti alla Polfer”. E commentano: “Sul morto si è indagato in modo ineccepibile. Nessuna indagine risulta essere stata effettuata, invece, sullo stato di servizio dell’indagato, mentre dal fascicolo emergerebbe una personalità quanto meno incline all’aggressività verbale e alla mancanza di empatia nei confronti dei soggetti fermati o ristretti”. Ad esempio, mezz’ora prima di essere interrogato dal Pm, l’agente aveva scritto sul cellulare, riferendosi al ragazzo morto: “…non era antiproiettile”.

“Le immagini subito scambiate su Whatsapp”

Si tratta solo di uno dei dieci accertamenti che, secondo i legali della vittima, impedirebbero l’archiviazione. Le istanze contestano presunte falle nell’inchiesta per omicidio colposo. Vogliono conoscere tutte le comunicazioni radio tra Polizia Locale e Polizia di Stato la mattina della morte di Moussa. Chiedono di identificare i membri del gruppo Whatsapp di cui faceva parte l’indagato “Squadra Operativa 2”, che si erano scambiati le immagini del giovane morente, di cui gli avvocati di parte civile sono entrati in possesso solo sei mesi dopo, visto che erano state secretate. In particolare, uno di loro aveva inserito due video già alle 7.50 del mattino, nemmeno un’ora dopo la tragedia. Così l’agente indagato aveva potuto rivedere le immagini della sparatoria prima di rispondere alle domande del magistrato. Altre verifiche riguardano i registri del taser utilizzato dalla Polfer di Verona, la “portata lesiva” del coltello, una “posata da tavola” impugnata dal maliano, e l’impianto di videosorveglianza per chiarirne i malfunzionamenti ed escludere, con l’audizione degli agenti che lo hanno usato, eventuali manomissioni o tagli.

“Fu legittima difesa”

La Procura è invece convinta che l’agente non avesse alternative. “Ben si può sostenere come ricorra senza alcun dubbio la scriminante della legittima difesa… per esservi stato costretto dalla necessità di difendere la propria vita contro l’aggressione del Moussa, che impugnava un coltello da cucina, ponendo in essere una difesa chiaramente proporzionata all’offesa”. Questa tesi è stata espressa dalla Procura con due comunicati diffusi lo stesso giorno del fatto e il 21 ottobre 2024, un anno prima della richiesta di archiviazione. Secondo i difensori sarebbero la riprova che l’indagine aveva da subito imboccato una impostazione che scagionava l’agente. Riferendosi al video diffuso dalla senatrice Cucchi, l’avvocato difensore Matteo Fiorio sostiene che sia stato “tagliato ad arte e sia incompleto”.

“In quei 7 secondi non doveva sparare”

La ricostruzione della parte civile è opposta e insinuano versioni aggiustate dagli agenti, soprattutto dopo aver visto le registrazioni prima della Procura. Gli avvocati affermano che l’agente indagato avrebbe dovuto portare con sé il taser, non solo la pistola, quando aveva visto entrare in stazione Moussa, in evidente stato di alterazione psicofisica. Secondo il poliziotto, Moussa lo aveva stretto contro il muro e un cestino, avvicinandosi con il coltello, così aveva sparato tre colpi, due a vuoto, il terzo mortale. Ma prima lo aveva invitato a lasciare l’arma. Una versione che non convince gli avvocati. “È lecito dubitare di tale dinamica, dato il lasso di tempo brevissimo per potersi consumare una sequenza dei fatti così come raccontata. Dal momento in cui l’agente esce sul piazzale della stazione a quando Moussa cade a terra trascorrono soli 7 secondi, compresa la pausa fra la mira dell’arma e il primo colpo per verificare l’effetto deterrente della pistola, e poi una pausa fra un colpo e l’altro per verificare le reazioni del soggetto. Tutto ciò non è materialmente realizzabile in 7 secondi, nei quali l’indagato, a suo dire, non avrebbe avuto possibilità di fuga in quanto sempre stretto fra la porta di ingresso, il muro, e il cestino”. Una circostanza contestata: “Dalle immagini si apprezza che nel momento in cui ha puntato l’arma e ha sparato non era affatto stretto contro il cestino, avendo la strada libera dietro di sé per eventualmente indietreggiare per sottrarsi dal raggio del coltello-posata”. In conclusione gli avvocati chiedono: “Si vuole veramente scrivere in un provvedimento di un Tribunale italiano che due agenti della Polizia di stato non avrebbero potuto tentare di disarmare un soggetto, in evidente stato confusionale, eventualmente anche chiedendo rinforzi con l’ausilio della ricetrasmittente, e che in una dinamica ‘due contro uno’ l’unica soluzione perseguibile fosse sparare a morte?”.

L'articolo Morte Moussa Diarra: le intercettazioni sulle torture, la chat e la dinamica. Su cosa punta la parte civile per opporsi all’archiviazione dell’agente proviene da Il Fatto Quotidiano.







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