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Scoprire la voce incendiaria di Jonathan Bowden per andare oltre l’idea della “perfida Albione”

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Nel panorama politico britannico degli ultimi decenni, segnato dal pragmatismo elettorale e dalla gestione tecnocratica del potere, la figura di Jonathan Bowden (1962-2012) rappresenta un’anomalia significativa. Non fu un leader di massa, né un uomo di governo. Fu piuttosto un intellettuale militante, un oratore instancabile che tentò di restituire alla destra inglese una dimensione culturale e filosofica che giudicava smarrita. Per far conoscere anche in Italia la sua «voce incendiaria» la casa editrice Passaggio al Bosco pubblica ora L’Occidente colpisce ancora, una raccolta di quattro discorsi e una intervista rilasciata dall’autore nel 2007.

“L’Occidente colpisce ancora” per scoprire il pensiero di Jonathan Bowden

Il libro è frutto dall’impegnativo lavoro di traduzione delle conferenze di Jonathan Bowden curato da Alberto Brandi ed è arricchito dagli intelligenti contributi di Francesco Boco e Guido Taietti. Se Jonathan Bowden è stato una figura di riferimento per ambienti identitari e nazionalisti nel Regno Unito, soprattutto per la forza della sua parola e per l’ampiezza dei suoi riferimenti culturali, in Italia il suo nome è praticamente sconosciuto. Il perché lo spiega Guido Taietti nella post fazione a L’Occidente colpisce ancora: «L’Inghilterra e gli Stati Uniti sono spesso stati percepiti, nel mondo identitario, come “il nemico”, il cuore dell’Impero liberal-capitalista. La “perfida Albione” è il male irriducibile».

Negli ultimi anni qualcosa sta cambiando in quanto da un lato «molti attivisti anglofoni guardano con curiosità alla capacità delle realtà italiane, francesi e spagnole di dare continuità politica, anche in contesti ostili, a simboli e tradizioni; dall’altro, anche da questa parte del continente cresce l’interesse per chi, vivendo nel cuore dell’Impero, ha saputo cogliere in anticipo certe crisi, certi nodi irrisolti della modernità occidentale».

Un autodidatta controcorrente

Nato nel Kent nel 1962, Jonathan Bowden fu in larga parte un autodidatta. Frequentò ambienti universitari londinesi senza completare un percorso accademico tradizionale, ma coltivò una formazione personale vasta e trasversale: letteratura, filosofia, storia delle civiltà, estetica, cultura popolare. In gioventù gravitò nell’orbita del Partito Conservatore, salvo prenderne progressivamente le distanze. A suo giudizio, il conservatorismo britannico si era ridotto a un amministrativismo prudente, privo di slancio ideale e incapace di comprendere la natura culturale della crisi occidentale. Tra il 2004 e il 2007 fu legato al British National Party, non tanto come dirigente organizzativo quanto come principale voce culturale. Il suo compito era offrire un orizzonte teorico, costruire un immaginario, elevare il livello del dibattito in un ambiente spesso dominato dall’immediatezza politica.

Prima le idee, poi il potere

La categoria centrale per comprendere Jonathan Bowden è quella di metapolitica. Egli era convinto che la battaglia decisiva non si giocasse nelle urne, ma nel terreno delle idee, dei simboli, della cultura. Prima di conquistare il potere, sosteneva, occorre conquistare il linguaggio e l’immaginario collettivo. Senza una visione del mondo coerente, ogni successo elettorale è effimero. In questo senso, la sua riflessione si inserisce in una più ampia corrente europea che ha cercato di riportare la politica a un livello culturale e antropologico. Tuttavia, rispetto ai teorici continentali più sistematici, Bowden mantenne sempre uno stile tipicamente anglosassone: meno accademico, più retorico, più vitalistico. I suoi discorsi — spesso estemporanei, densi di riferimenti filosofici e letterari — intrecciavano Nietzsche, la storia militare europea, la cultura di massa, la critica sociale. Non scrisse grandi trattati, ma lasciò un’impronta attraverso la parola viva.

L’idea di declino

Al centro del suo pensiero vi è una critica radicale del liberalismo moderno. Secondo Bowden, l’Occidente contemporaneo soffriva di individualismo atomizzato, materialismo consumistico, relativismo morale, rifiuto della gerarchia come principio qualitativo. La sua analisi non si limita al piano economico o istituzionale. È, prima di tutto, antropologica: la modernità avrebbe prodotto un uomo indebolito, privo di senso del destino e incapace di verticalità.

Qui emerge un chiaro dialogo con il pensiero di Oswald Spengler, autore de Il tramonto dell’Occidente. Come Spengler, Bowden concepiva le civiltà come organismi sottoposti a cicli vitali. L’Occidente, nella sua lettura, si troverebbe in una fase crepuscolare dominata dalla tecnica e dall’economia. Ma rispetto al fatalismo spengleriano, Bowden conserva un accento volontaristico: anche nel declino è possibile formare minoranze consapevoli, élite culturali capaci di preservare un nucleo identitario.

Una dimensione aristocratica

La critica dell’egualitarismo moderno, l’idea di gerarchia come differenziazione qualitativa e la concezione aristocratica dell’uomo «differenziato» ci fanno accostare Bowden anche alle posizioni di Julius Evola. Non vi è in lui la complessità metafisica o l’elaborazione esoterica del pensatore italiano. Tuttavia, vi è una consonanza sul piano dello stile interiore: la convinzione che, anche in un’epoca di decadenza, sia possibile mantenere una postura aristocratica, una fedeltà a principi superiori. In questo senso, Bowden tentò di declinare in chiave britannica un filone di pensiero più tipicamente continentale.

La politica come visione

Un tratto distintivo del suo discorso è la dimensione estetica. Per Bowden, la politica non è soltanto programma o strategia, ma forma. La perdita del senso del bello, del tragico, dell’eroico era per lui uno dei sintomi della crisi occidentale. La sua oratoria insisteva sulla necessità di recuperare una tensione spirituale e culturale, non limitandosi alla difesa amministrativa di interessi o confini. In ciò risiede uno degli elementi più originali della sua proposta.

Se si cerca un punto di contatto con la tradizione della destra sociale italiana, l’affinità non è tanto organizzativa quanto culturale. Anche in Italia, una parte della destra del secondo dopoguerra ha posto l’accento sulla crisi spirituale dell’Occidente, sul primato della comunità rispetto all’individuo isolato e sulla necessità di riferimenti filosofici solidi. La differenza principale è nel contesto storico: mentre in Italia esisteva una tradizione politica strutturata a cui fare riferimento, nel Regno Unito Bowden operava in un ambiente più povero di sedimentazioni dottrinali. Il suo tentativo fu quindi quello di «innestare» nella cultura politica britannica un livello di profondità che egli riteneva assente.

L’eredità di Bowden

A distanza di oltre un decennio dalla sua morte, alcune sue intuizioni non soltanto rimangono valide ma appaiono meno isolate di quanto potesse sembrare. L’idea che la battaglia politica sia preceduta da una battaglia culturale è oggi centrale in molte correnti identitarie europee e nordamericane. La centralità dell’immaginario, della narrazione, della formazione dei quadri intellettuali è diventata un elemento strutturale del dibattito contemporaneo. In questo senso, Bowden può essere considerato un precursore di una fase in cui la destra radicale ha compreso l’importanza del piano simbolico.

Jonathan Bowden non fu un uomo di potere convenzionalmente inteso. Non costruì una scuola sistematica, non conquistò istituzioni. Rimase una figura minoritaria, talvolta controversa, lontana dal mainstream politico. Eppure rappresentò qualcosa di diverso: il tentativo di reintrodurre nella destra britannica una dimensione tragica, filosofica, culturale e di proporre una visione consapevole delle radici profonde della crisi occidentale. La sua eredità sta forse in questo: nell’aver ricordato che la politica, se vuole aspirare a qualcosa di più della semplice gestione dell’esistente, deve tornare a interrogarsi sul destino storico e sull’idea di uomo che intende difendere. Ed è proprio in questa tensione tra cultura e azione che si può cogliere il senso ultimo della sua parabola.

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