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A un mese dal referendum si riempie il Cpr in Albania (anche con chi c’era già stato). La giudice Albano: “Il governo cerca lo scontro con le toghe?”

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Il centro per migranti di Gjader non è mai stato così pieno. Nelle ultime due settimane il governo ha trasferito circa settanta persone dai Cpr italiani, compreso chi in Albania c’era già stato, inutilmente. Il tutto malgrado il Protocollo sia sotto esame alla Corte di giustizia Ue e i giudici italiani continuino a ordinare rientri in Italia. O forse proprio per questo. L’accelerata arriva infatti a un mese dal referendum sulla giustizia, mentre non passa giorno senza che una sentenza sull’immigrazione venga trascinata in un dibattito dove c’entra come i cavoli a merenda. Basterà che una parte dei nuovi arrivati faccia domanda d’asilo perché la Corte d’Appello di Roma ne ordini il rientro e la maggioranza gridi un’altra volta al boicottaggio. E poco importa che siano le norme europee a riconoscere il diritto del richiedente di attendere sul territorio dello Stato membro l’esito della propria richiesta.

Congetture? Il trasferimento nel Cpr albanese non è garanzia di rimpatrio. Anzi, i pochi rimpatriati sono sempre stati riportati in Italia perché la legge non ammette espulsioni dall’estero. Perché insistere? “Non mi risulta che i Cpr in Italia siano sovraffollati, non mi spiego questo accanimento che rischia di provocare uno scontro istituzionale con la magistratura alla quale toccherà garantire il rispetto della legge, compresa la normativa dell’Unione europea. Ormai ci sono decine di pronunce in questo senso, forse converrebbe attendere prudentemente le decisioni della Corte di giustizia Ue”, dice al Fatto la presidente di Magistratura Democratica, Silvia Albano, giudice della sezione immigrazione del Tribunale di Roma. “Anche la Corte di cassazione ha dubitato della legittimità delle modifiche della legge di ratifica del Protocollo e ha effettuato un rinvio, la Corte Costituzionale ha invitato il legislatore e disciplinare i modi del trattenimento (quindi anche dei trasferimenti) perché così com’è la normativa è illegittima, e c’è appena stata una sentenza che ha ritenuto illegittimo il trasferimento senza un provvedimento amministrativo motivato”, ricorda.

Invece il governo rilancia, arrivando quasi a toccare l’attuale capienza massima di Gjader. In dieci mesi, dopo la modifica all’accordo con Tirana per riempire con gli irregolari dei Cpr italiani una struttura altrimenti vuota, la presenza complessiva è sempre rimasta intorno alle venti persone. Secondo la delegazione del Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), che insieme alla deputata del Pd Rachele Scarpa ha ispezionato il centro il 23 e 24 febbraio visionando i registri, attualmente ce ne sono novanta. In barba alla recente sentenza che ha condannato il Viminale a risarcire un cittadino algerino, “le persone riferiscono di non aver ricevuto ordini formali di trasferimento”, spiega il TAI. Una situazione che potrebbe portare a nuovi ricorsi e risarcimenti. Intanto i criteri in base ai quali vengono selezionate le persone restano ignoti. “I profili sono estremamente eterogenei per storia personale, anzianità di presenza in Italia e nazionalità, elemento che rafforza l’opacità delle procedure”. Non solo: “Almeno due delle persone incontrate erano già state trattenute a Gjader, riportate in Italia e ora nuovamente trasferite”.

Il primo è un cittadino senegalese, trasferito a ottobre e liberato per inidoneità sanitaria. “Racconta di aver trovato lavoro e di essere andato in questura per regolarizzarsi, invece è stato portato in un Cpr e poi portato a Gjader”, racconta al Fatto la parlamentare dem. “Vive in Italia da dieci anni, parla italiano, non ha precedenti e ha moglie e figli a Brescia, che sarebbero ignari del trasferimento”. C’è poi un cittadino del Togo, liberato l’estate scorsa perché richiedente asilo. Nel colloquio ha raccontato di aver ripreso a lavorare come meccanico. “Quando il padrone non va lui al negozio mi lascia la responsabilità, perché ci vuole testa per mettere le mani sulle macchine e io sono bravo”, ha spiegato. Invece, presentatosi in questura, lo hanno trattenuto a Trapani e infine in Albania, per la seconda volta. Scarpa racconta il senso di vergogna di quest’uomo nei confronti delle figlie rimaste in Togo, che non sente da mesi perché non ha soldi da inviare. “Parlano l’italiano, cercano di lavorare, di pagare un affitto, di mantenere delle figlie: cosa devono fare per regolarizzarsi?”, domanda Scarpa.

Le probabilità di espellerli? Il tasso di rimpatrio di senegalesi e togolesi è inferiore al 7%. Per non parlare degli iraniani, visto che l’attuale clima politico del Paese lo rende di fatto impossibile. Eppure, da tre mesi a Gjader c’è anche un iraniano. Istruito e poliglotta, ma quasi sollevato di stare lì perché, dice, “altrimenti sarei in mezzo a una strada”. Tale la rassegnazione che vorrebbe essere rimpatriato. Ancora: nonostante i tanti rientri in Italia per inidoneità sanitaria, tra i detenuti non mancano persone con vulnerabilità psicofisiche. L’aumento delle presenze nelle ultime settimane avrebbe generato confusione e tensione all’interno della struttura, con un incremento delle annotazioni nel registro degli eventi critici. Anche quelle che riguadano Khalid Semta, un 21enne marocchino trasferito nei giorni scorsi dal Cpr di Bari dove il 12 febbraio scorso ha assistito alla morte del suo compagno di stanza. “Questo ragazzo, che dovrebbe essere sentito dalle autorità nell’ambito dell’incidente probatorio sulla morte di Simo Said, è stato inspiegabilmente portato a Gjader, e, anche alla luce di quell’evento traumatico, presenta un grave stato di sofferenza psicologica e numerosi episodi di autolesionismo che non sembrano essere stati oggetto di una rivalutazione dell’idoneità alla permanenza in Cpr”, ha scritto il TAI nella sua relazione. Intanto a Gjader lo riempiono di tranquillanti e, ha riferito Scarpa dopo averlo incontrato, “è estremamente agitato e pieno di tagli ovunque”.

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