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Striscioni antifascisti nelle scuole: quando rivendicare la Costituzione è un sentimento da combattere

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L’affermazione che la scuola pubblica italiana è antifascista dovrebbe essere una tautologia in un Paese che abbia veramente a cuore i propri principi costituzionali e la cura delle radici su cui fonda la Repubblica stessa. Si sta, invece, affermando un fenomeno inquietante e ambiguo, che parla molto chiaramente del clima che stiamo vivendo.

Spuntano striscioni, realizzati artigianalmente da studentesse e studenti, che dichiarano che la propria scuola è antifascista: Liceo …. Antifascista; Istituto tecnico… Antifascista. Questi portatori di vigilanza democratica, impegno e consapevolezza avvertono la necessità di esprimere in maniera inequivocabile quel principio che sentono a rischio. E hanno ragione. Dall’inizio di quest’anno – e parlo solo degli ultimi mesi, ma una disamina degli anni precedenti non farebbe che ampliare a dismisura il novero dei casi – innumerevoli sono stati gli episodi che legittimano questo tipo di impressione.

Tutto comincia con il divieto ai collegi di riflettere e ragionare sul genocidio che allora – come ora – si sta perpetrando a Gaza. Poi l’insensata imposizione di contraddittorio relativamente ad ogni tipo di dibattito, tanto organizzato dai docenti, quanto da studenti e studentesse (parlando sempre del genocidio: a chi lo stigmatizzi andrebbe accostato qualcuno che lo esalti e lo difenda). Viene impedito dal Mim un convegno sulla militarizzazione della scuola, organizzato dall’Osservatorio e da USB. Si chiede, da parte delle USR, la schedatura degli studenti e delle studentesse palestinesi. Il gruppo consiliare di Fdi di Bagno a Ripoli (Firenze) propone – per poi tornare indietro, a causa di presunte “minacce e invettive” – di aggiungere al nome ufficiale delle scuole alcune indicazioni come «schierata a sinistra», «favorevole alle teorie Lgbtq+ o woke», «antisionista», «antifascista», per identificare «l’orientamento del corpo docente». Zelanti studenti di Azione Studentesca, gruppo in odor di Fratelli d’Italia, incitano alla denuncia del professore “di sinistra”; vengono inviati ispettori nelle scuole che invitino la pericolosa sovversiva fuorilegge Francesca Albanese; i ragazzi degli istituti superiori di Catanzaro sono precettati per seguire incontri formativi sui principi costituzionali, simulando un processo, dibattendo sulla separazione delle carriere dei magistrati, organizzando, infine, guarda caso, «campagne pubblicitarie e slogan che mettano in luce, per la comunità tutta, le ragioni del Sì al referendum della giustizia». L’elenco è lungo e incompleto.

Concludo la tetra carrellata con un volantino, distribuito in moltissime scuole in occasione della recente giornata del Ricordo, che si commenta da sé. Hanno o non hanno motivo i nostri studenti di ribadire un concetto che – purtroppo – ormai tanto scontato non è? “Le pulsioni autoritarie di Valditara ci erano note da tempo – afferma Tommaso Marcon di OSA – ma negli ultimi mesi si è arrivato a un livello repressivo ‘sfacciato‘ contro le stesse formalità democratiche: è difficile anche solo convocare un’assemblea di istituto senza incorrere in divieti, dopo le indicazioni sul contradditorio e la generale torsione repressiva. Anche le libertà democratiche basilari che permettono di organizzarsi nelle scuole fanno paura dopo il movimento del Blocchiamo Tutto di settembre e ottobre, verso cui il Governo ha scagliato un’autentica vendetta. Il 14 marzo saremo in piazza a Roma al No Meloni Day, il corteo per il No Sociale al Referendum e in opposizione al Governo, anche per respingere questa pericolosa spirale e ribadire che senza conflitto non c’è democrazia, se lo mettano in testa”.

Non basta; i dirigenti scolastici – allertati dalla “controparte”, ovvero da studenti/esse e docenti che non gradiscono l’aggettivo “antifascista” – quando sono concilianti e democratici rimuovono semplicemente lo striscione; quando pensano che “il limite” sia stato davvero superato, sanzionano gli autori dell’atto ‘eversivo’ (dichiarare la propria scuola antifascista, appunto), magari appellandosi al regolamento di istituto, che vieta l’affissione lungo il perimetro della scuola; chiudendo però un occhio sugli atti di intemperanza che hanno portato gli studenti di destra – come è accaduto in alcuni casi – a distruggere striscioni o aggredire gli autori del “fattaccio”. Tollerando però manifesti con croci celtiche e perfino svastiche dipinte con bombolette spray sui muri di fronte alle scuole.

Stiamo raccontando un mondo alla rovescia; ma attenzione ad abituarsi a questa narrazione! Uno dei nuclei fondamentali dell’educazione civica (istituita con la legge 92/2019) è lo studio della Costituzione. Quella attuale, non quella che verrà, eventualmente, se al referendum si affermasse il Sì. Quella che reca a chiarissime lettere nell’incipit dell’art. 11 “L’Italia ripudia la guerra”. Quella che riconosce ed esalta la dignità della persona umana e che impone i principi di uguaglianza e solidarietà. Che mette al centro la partecipazione. Che individua nella libertà di insegnamento e di apprendimento una garanzia democratica. Quella, infine, che – nella XII disposizione transitoria e finale – afferma: “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.

Dunque, una Costituzione ontologicamente antifascista. Siamo arrivati al punto che quell’aggettivo è privo di legittimità? Per pronunciarlo, scriverlo, rivendicarlo abbiamo bisogno di un contraddittorio? Se lo striscione avesse recato la scritta “Viva Mattarella” (prendo in prestito questo brillante esempio da un mio collega) gli studenti sarebbero stati puniti? “A tutte queste domande – dice Tommaso Martelli dell’UDS – Valditara evidentemente risponderebbe di sì. Nelle scuole è presente un vero e proprio clima di terrore verso chi si attiva politicamente, cresciuto sempre di più dopo le grandi manifestazioni per la Palestina. La filosofia del ministro è la stessa di tutto il governo: affrontare il dissenso politico come un problema di ordine da mantenere e non come un elemento imprescindibile di democrazia. Poi, se persino l’antifascismo diventa un sentimento da combattere, la questione si fa ancora più grave e non abbiamo altra scelta che prendere l’iniziativa noi, direttamente dai banchi di scuola, senza aspettare che certi concetti ci siano trasmessi da istituzioni incapaci di identificarsi nei valori della libertà e della democrazia, quindi dell’antifascismo”.

Stiamo rischiando di insegnare ai nostri giovani l’arte della mistificazione e dell’ambiguità, un danno immenso per le nuove generazioni: principi che valgono a parole, ma che nei fatti vengono picconati con zelo implacabile. Insieme, li stiamo scoraggiando alla partecipazione attiva, invitandoli ad essere indifferenti, a non interrogarsi e a non interrogarci. È urgente, quindi, che il ministro Valditara ci spieghi se è d’accordo con la rimozione di striscioni che esprimono un fatto che sarebbe ridondante, perché determinato dai principi della Carta, e con le sanzioni a chi – considerando le condizioni e gli eventi sopra riportati – decide di ribadire uno dei principi fondativi della nostra Repubblica.

L'articolo Striscioni antifascisti nelle scuole: quando rivendicare la Costituzione è un sentimento da combattere proviene da Il Fatto Quotidiano.







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