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Io cucino per me, per i miei clienti, per gli ultimi. Nella stessa città, nella stessa notte

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Mi chiamo Raffaele. Faccio il cuoco, prima facevo il pirata nello stagno degli squali ed ero anche abbastanza bravo.
Mi piacciono le belle Signore ma ne amo solo una che è la mia forza, sono appassionato di racconti, ne ho scritto anche una raccolta, si intitola Storie Minime.

Lavoro nel centro di Torino, tra tavoli pieni, prenotazioni segnate con settimane di anticipo, piatti che devono uscire uguali ogni sera. Il mio mestiere è trasformare materie prime in qualcosa che abbia senso, misura, equilibrio. Cucino per chi può scegliere. Per chi apre un menù e decide.
Poi cucino ancora.

La sera preparo altro cibo. Non sono scarti, non è beneficenza dell’avanzo. Sono piatti pensati. Pasta, riso, carne, frittate. Cibo semplice, completo. Lo metto in contenitori di alluminio e attraverso il centro a piedi. Non devo andare in periferia. Gli ultimi sono qui. Sotto i portici, a pochi metri dalle vetrine illuminate e dai dehors affollati.

Lì l’aria cambia. Odore di piscio che ristagna negli angoli, umidità che risale dai muri, pipette del crack lasciate a terra. Cartoni che diventano letti, coperte umide, sacchi a pelo consumati. La città elegante convive con la sua parte scartata. I passanti accelerano. Lo sguardo scende verso lo schermo del telefono. L’indifferenza non fa rumore, ma pesa.
Mi fermo.

Porto da mangiare agli angoli della strada. Non faccio prediche. Non distribuisco consigli. Offro un pasto caldo. A volte ricevo un rifiuto. La marginalità è anche questo: difendere l’ultima scelta possibile, fosse dire no. C’è chi non si fida. C’è chi teme un secondo fine. C’è chi non vuole essere visto mentre accetta.

Incontro occhi spenti, segnati dalle notti all’aperto e dalle sostanze. Incontro anche occhi fieri. La strada non cancella tutto.

Luca ha 54 anni. La moglie lo ha lasciato, la figlia vive all’estero. Un lavoro perso, una serie di rotture, poi la discesa. Oggi vive sotto i portici. Quando si avvicina lo fa con garbo. Chiede: “Posso?”. Non pretende. Non alza la voce. Tiene la schiena dritta anche quando si siede su un cartone. È mio ospite quattro volte a settimana. Mangia con calma, usa le posate di plastica come fossero d’argento. Mi guarda negli occhi. Dice grazie senza enfasi, senza umiliazione.

Una sera mi ha parlato della figlia. Non si lamentava. Diceva solo che spera di rivederla presto, “quando mi sistemo”. Non ha perso la grammatica della speranza. La sua dignità è intatta. Questa cosa mi rende orgoglioso. Non di me. Di lui.

Con l’aiuto delle istituzioni, dopo mesi di richieste e attese, sono riuscito a ottenere dei buoni doccia. Li distribuisco insieme ai pasti. Non è un dettaglio. Una doccia calda e degli abiti puliti non sono un lusso. Hanno un nome preciso. Quel nome è dignità. Presentarsi senza odore addosso, lavarsi, cambiarsi, significa tornare visibili in modo diverso. Significa poter entrare in un ufficio, parlare con un assistente sociale, cercare un lavoro senza essere respinti prima ancora di aprire bocca.

Non salvo nessuno. Non cambio le condizioni che li hanno portati sotto i portici. Porto un piatto caldo in un luogo freddo e, quando posso, un buono per una doccia. Resto qualche minuto. A volte mi siedo. A volte resto in piedi. Poi torno a camminare.

Il centro ha due piani sovrapposti. Quello delle luci, delle carte di credito che scorrono veloci, delle serate che iniziano con un aperitivo. E quello delle crepe, delle mani tese, dei corpi che cercano riparo tra una colonna e l’altra. Io lavoro in entrambi.
Non è eroismo. È un gesto concreto. Il cibo non risolve, ma afferma. Una doccia non cancella il passato, ma restituisce presenza. Dice: ti vedo. Dice: esisti anche qui, anche adesso.

Quando rientro, mi resta addosso l’odore dei portici. È un promemoria. La marginalità non è lontana. È nel cuore della città. Io cucino. Per me, per i miei clienti, per gli ultimi. Nello stesso centro. Nella stessa notte.

L'articolo Io cucino per me, per i miei clienti, per gli ultimi. Nella stessa città, nella stessa notte proviene da Il Fatto Quotidiano.







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