Guerra: solo Leone XIV ci richiama alla responsabilità e al dialogo contro prepotenza e unilateralismo
Siamo immersi in una crisi senza precedenti. Anche il ricorso agli strumenti della guerra, voluto dal Presidente degli Stati Uniti, mostra la radicale novità e la gravità della situazione. Anche questa volta si è pensato che la superiorità militare — le più grandi portaerei del mondo, la potenza navale, la tecnologia bellica — potesse bastare a risolvere una crisi politica e storica. Ma questa convinzione si è rivelata illusoria.
Non è con la sola forza che si governa un equilibrio internazionale così fragile. Siamo dinanzi a una solitudine politica che riguarda lo stesso Trump. Una solitudine esterna, per l’isolamento diplomatico e la difficoltà di costruire alleanze stabili, ma anche interna, per una perdita di consenso che attraversa ampi settori della società americana.
Questa solitudine si è manifestata con particolare evidenza nelle scelte compiute in Medio Oriente, nel rapporto con Israele e nel sostegno a un’azione militare di enorme portata. Il punto di svolta drammatico è stato raggiunto con l’uccisione della guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, in un’operazione condotta con il coinvolgimento degli Stati Uniti e di Israele. Un fatto di gravità eccezionale, che ha scosso l’intero equilibrio della regione e ha reso ancora più difficile qualsiasi prospettiva di composizione pacifica.
Questo evento si inserisce in un contesto già segnato da tensioni profonde, da escalation reciproche e da un clima di crescente radicalizzazione.
La questione principale è che, una volta rieletto, il presidente americano ha proseguito lungo una linea già emersa in campagna elettorale: una politica improntata alla durezza, alla chiusura verso gli stranieri, verso i più disperati, verso chi cerca semplicemente un luogo in cui vivere e sopravvivere. Questo atteggiamento interno si è riflesso anche nei rapporti internazionali.
Anche nel confronto con il Venezuela di Nicolás Maduro, teoricamente più semplice, si sono registrate difficoltà concrete e tensioni che hanno dimostrato quanto sia complesso imporre dall’esterno soluzioni politiche durature.
Si è così affermata una logica fondata sulla competizione aggressiva, sulla ricerca dell’influenza e del dominio — nei mercati energetici, nelle rotte strategiche, negli equilibri regionali — giustificata in nome della sicurezza nazionale. Ma la legge del più forte non produce stabilità: produce reazioni, irrigidimenti, nuove ostilità.
Non a caso, anche moltissimi Stati arabi hanno manifestato riserve crescenti. Non accettano che uno di loro possa essere colpito e ridimensionato attraverso un’azione di guerra, lasciando ad altri la gestione delle conseguenze e delle ricchezze della regione. L’idea di una soluzione unilaterale appare sempre più impraticabile.
In Europa, Paesi come Francia e Germania hanno mantenuto un atteggiamento dialettico e critico nei confronti dell’azione americana. Hanno cercato di non rompere il rapporto, ma neppure di accettare integralmente una linea comunicativa aggressiva e una strategia fondata sull’unilateralismo.
Anche l’Italia si è trovata in difficoltà. Tradizionalmente incline a cercare il sostegno e l’appoggio degli Stati Uniti, non è riuscita a esprimere un ruolo autonomo e significativo.
Il Presidente del Consiglio e i ministri maggiormente coinvolti — in particolare quelli della Difesa e degli Esteri — hanno mostrato un atteggiamento modesto, se non negativo. Un atteggiamento timido, paventoso, incapace di incidere realmente nella dinamica europea e internazionale. Invece di contribuire a una funzione di mediazione e di equilibrio, si sono limitati a seguire, aggravando la percezione di irrilevanza politica dell’Italia nel contesto europeo.
Nel frattempo, all’interno dell’Iran, si sono sviluppate proteste significative: studenti, giovani, donne hanno manifestato contro il regime, denunciando restrizioni, violenze e limitazioni delle libertà fondamentali. Anche questo elemento dimostra quanto sia complessa la realtà di quel Paese e quanto sia pericoloso semplificarla in uno schema puramente militare.
Rimane così l’impressione di un’Europa indebolita, incapace di proporre con forza una via alternativa e di affermare un’autonomia politica credibile.
In questo quadro complesso, resta una speranza nell’atteggiamento della Chiesa romana e nella voce di Papa Leone XIV, come soggetto morale e autorevole sulla scena internazionale. Una voce che richiama alla responsabilità, al dialogo, alla consapevolezza che nei tempi nuovi non è possibile agire con prepotenza e unilateralismo. È necessario saper dialogare e contribuire a una soluzione condivisa. Senza questo, il rischio è di trovarci di fronte a conflitti più ampi, a divisioni più profonde e a difficoltà ancora maggiori.
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