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Da “Desert Storm” a “Epic Fury”: cosa raccontano nomi delle operazioni militari in Iran

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«La realtà esiste nella mente umana e in nessun altro luogo», scriveva George Orwell in 1984. In quella distopia la manipolazione delle parole serviva a velare i fatti, a filtrare la realtà fino a renderla innocua. Ma quando i filtri cadono, il linguaggio torna a rivelare ciò che la politica spesso preferisce attenuare.

Operazione Iran: “Epic Fury”

Le denominazioni più recenti delle operazioni militari occidentali sembrano muoversi in questa direzione. L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran è stato battezzato da Washington “Epic Fury”, Furia Epica. Pochi mesi prima, nel giugno 2025, i raid contro i siti nucleari iraniani erano stati chiamati “Midnight Hammer”, Martello di Mezzanotte.

Non si tratta di formule diplomatiche. Al contrario, evocano impatto, brutalità, potenza distruttiva. Il nome non addolcisce la guerra: la rivendica.

Il linguaggio della potenza

Per lungo tempo le denominazioni delle operazioni militari statunitensi avevano seguito una grammatica diversa. Le parole suggerivano una giustificazione politica, spesso inscritta nel vocabolario universalistico dell’Occidente.

“Just Cause” accompagnò l’invasione di Panama nel 1989. Dopo l’11 settembre l’intervento contro i Talebani venne chiamato “Enduring Freedom”. Nel 2003 l’offensiva contro Saddam Hussein prese il nome di “Iraqi Freedom”. Il lessico indicava un fine: liberare, stabilizzare, difendere un ordine. In questo modo la guerra veniva narrata come uno strumento al servizio di un principio morale.

Con denominazioni come “Desert Storm” ai tempi di Bush, “Midnight Hammer”, “Southern Spear” o “Epic Fury” il registro è tutt’altro. La potenza è al centro.

Altro che libertà, oggi conta la letalità

Secondo Mark Cancian, ex colonnello dei Marines e consulente senior del Center for Strategic and International Studies, il senso di queste scelte è sempre stato comunicativo. «I nomi vengono scelti per trasmettere un messaggio»: prima “era la libertà”, oggi “è invece la letalità”.

Il cambiamento non è puramente stilistico. In un contesto internazionale sempre più segnato da rivalità tra potenze, la dimostrazione di forza diventa parte integrante della strategia. La denominazione stessa dell’operazione contribuisce a costruire la narrazione collettiva.

Non è un caso che anche Israele abbia scelto un riferimento simbolico fortemente evocativo. Per la stessa operazione contro l’Iran, in Terra Santa si è preferito “Lion’s Roar”, il ruggito del leone. Il richiamo non è casuale: il leone campeggiava sulla bandiera persiana prima della rivoluzione islamica del 1979. In questa scelta si legge il pensiero politico: distinguere l’Iran storico dalla Repubblica degli ayatollah, suggerendo implicitamente una continuità ideale con la Persia precedente al regime.

Una tradizione lunga decenni

L’uso di denominazioni per le operazioni militari statunitensi risale, tuttavia, alla Seconda guerra mondiale. All’inizio la funzione era puramente operativa: garantire segretezza. Si utilizzavano nomi neutri, talvolta semplici colori o termini privi di significato.

Dopo la guerra del Vietnam il Pentagono organizzò il sistema attraverso un meccanismo informatico noto come Code Word, Nickname, and Exercise Term System, il cosiddetto NICKA. Ancora oggi questo schema coordina le parole chiave utilizzate nelle esercitazioni e nelle attività militari.

Quando però un’operazione è destinata alla ribalta pubblica, la logica cambia. Il nome deve essere breve, riconoscibile, capace di trasmettere un’immagine.

Il peso delle parole

Anche le polemiche, ovviamente, non sono nuove. L’operazione ormai nota come “Enduring Freedom”, avviata dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 contro i Talebani in Afghanistan, inizialmente si chiamava “Infinite Justice”. Il nome fu abbandonato dopo le critiche di chi lo considerava offensivo per i musulmani, poiché la giustizia infinita è tradizionalmente attribuita soltanto a Dio. Trump, al contrario, non arretra. Forse, è solo più onesto degli altri. Come diceva Orwell: «È una cosa bellissima, la distruzione delle parole».

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