Speciale 8 marzo, l’unica direttrice di dipartimento in Asl/To4: «Cultura e sapere rendono libere»
IVREA. Silvana Lerda, psichiatra, psicoterapeuta e analista, è direttrice della struttura complessa salute mentale Chivasso dell’Asl/To4 e del dipartimento Salute mentale Asl/To4. Lerda, madre di due figli, è l’unica direttrice donna di dipartimento in Asl/To4 e unica direttrice donna in Piemonte di un dipartimento di Salute mentale.
Oggi, nonostante le donne rappresentino la maggioranza dei camici bianchi, solo il 23% ha un posto di vertice: secondo lei, perché?
«Credo che dipenda da diverse cose. Sarà banale dirlo, ma è particolarmente difficile, in Italia, conciliare la carriera con la vita familiare. Credo dipenda anche da certe politiche che riguardano la genitorialità, sistemi organizzativi e poi, purtroppo, secondo me c’è ancora il pregiudizio strutturale per cui il potere è maschile con le sue reti informali che sono anche pregiudizi culturali. Comunque sì, in sanità la maggior parte della forza lavoro è femminile, ma poi le posizioni di potere sono occupate fondamentalmente dal potere maschile. Vedo, comunque, che le cose un po’ stanno cambiando».
Crede?
«Sì. Si sta lavorando per farlo e il cambiamento è verso l’attenzione alla competenza, che non ha genere. E io questo cambiamento culturale inizio a vederlo che si concretizza».
Nel suo percorso ha incontrato resistenze o diffidenze legate al genere?
«Sono una donna fortunata, non ho memoria di situazioni significative. Mi vengono in mente dissidenze non dichiarate, fenomeni un po’ invisibili ma che sono soprattutto il fatto di dover sempre dimostrare di essere sul pezzo, che ce la fai a guardagnarti la fiducia, che sei affidabile, che riesci a tenere insieme la complessità».
Lei come ha tenuto insieme la complessità di vita personale e carriera?
«Sono stata fortunata in famiglia: amata, aiutata e supportata. Ho avuto persone che mi hanno ispirata e molta determinazione. E poi c’è il lavoro di squadra: io credo che anche il raggiungimento delle posizioni apicali si fa con la squadra. Quando ho dato il concorso per la direzione ho sentito molto il sostegno dell’équipe che tifava, che pensava che avrei potuto fare bene».
E quindi come pensa debba esercitata la leadership?
«Forse non sono femminista abbastanza (ride, ndr) ma io non penso che la leadership abbia un genere, ma sia fatta di capacità, competenza, sensibilità, ascolto, disponibilità. E quando parlo di capacità non intendo solo tecniche, ma anche di tipo organizzativo, relazionale, di empatia. Noi ci occupiamo di salute mentale ed è davvero un lavoro di squadra: i nostri pazienti non sono del medico, ma del servizio, c’è una squadra che lavora che ruota intorno a quella persona in difficoltà».
Che consiglio darebbe a una ragazza che voglia intraprendere il suo percorso?
«Studiare. La cultura e il sapere rendono liberi e questa è la prima cosa. E non aspettare sempre di sentirsi pronti: a volte serve un po’ di coraggio. A un certo punto bisogna buttarsi, sperimentarsi, avere persone che ispirano e una propria visione. C’è poi bisogno di sentirsi nel posto giusto, in una squadra e in un ambiente favorevole e di umanità».
Dal suo osservatorio sulla salute mentale, quali fragilità femminili emergono oggi con maggior forza?
«Il carico mentale, il sovraccarico di ruoli e in parallelo la difficoltà a chiedere aiuto. Molte fanno fatica a chiedere aiuto perché è vissuto come un’ammissione di non essere abbastanza capaci in una società che ci vuole sempre performanti».
E cosa si può fare? Immagino che il vostro servizio sia sovraccarico.
«La salute mentale non basterà mai. Cito l’antropologa statunitense Margaret Mead, che dice che la civiltà, più che con il progresso scientifico, inizia con una società che è capace di accogliere, includere, integrare e tenere insieme. Ecco: credo che questo sia il punto, che viviamo in una società che non è più capace di fare questo. Invece bisogna agire. Io comincio dal nostro gruppo di lavoro».
Se l’8 marzo fosse un impegno per la sanità pubblica, che farebbe?
«Chiederei di investire su chi cura. Una sanità che vuole curare delle persone non può che non passare attraverso le persone che la costituiscono. La sanità passa anche dal benessere delle persone che la rendono possibile».
