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Dai nostri like alla geopolitica: il saggio “Big Tech” ricostruisce la mappa del potere dei giganti della tecnologia

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Social media, e-commerce, gaming, piattaforme istituzionali e cloud fanno oggi parte della nostra quotidianità. Siamo immersi in una tecnosfera creata negli ultimi decenni dai Big Tech, un pugno di società statunitensi che costituiscono un ecosistema industriale, tecnologico e finanziario in possesso di una dirompente forza economica e di una dimensione culturale in grado di forgiare simboli collettivi e permettere alle persone di identificarsi con i propri prodotti. Quali sono i Big Tech? Come operano? Quali gli intrecci tra pubblico e privato? Che “ricaduta” hanno sugli utenti di piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, Google, Amazon? Qual è l’impronta dei Big Tech sul pianeta e i possibili sviluppi futuri della rivoluzione tecnologica in atto? A queste domande si propone di rispondere il docente di Economia dei media digitali all’Università Luiss, Luca Balestrieri con l’approfondito ma agile saggio Big Tech. Il potere dei giganti della tecnologia, edito da Laterza.

Le nuove Sette Sorelle

Come il numero delle multinazionali che prima della crisi del 1973 dominavano l’estrazione del petrolio del Golfo Persico e decidevano il suo prezzo, sono sette le grandi società che controllano oggi la tecnosfera digitale: Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet (Google), Amazon, Meta e Tesla. Dietro di loro si situano Oracle, Open AI, Palantir, SpaceX e Anthropic.
Ma queste aziende hanno raggiunto una dimensione e un’influenza fuori scala rispetto agli oligopoli del passato. Sono società private, spesso guidate da condottieri visionari — come Elon Musk e Peter Thiel — che si confrontano con il potere politico, se ne giovano, e hanno anche l’ambizione di riuscire a condizionarlo.

Luca Balestrieri spiega come sono nati e come si sono sviluppati i Big Tech, come influenzano e controllano il commercio, come traggono profitto dai sistemi di pagamento digitale e quali sono le infrastrutture fisiche che permettono il funzionamento della rete mondiale. Nell’immenso mercato interno, anche la Cina ha sviluppato i suoi Big Tech. Tencent, Alibaba, ByteDance sono aziende altrettanto pervasive e performanti di quelle made in Usa, come dimostra il successo mondiale di TikTok.

L’Europa in ritardo

Com’è noto, anche nell’ecosistema dell’innovazione, l’Europa è rimasta indietro. Le cause sono diverse: vincoli strutturali, frammentazione, minore tensione alla commercializzazione. Tuttavia il cambiamento degli scenari geopolitici e l’accresciuta consapevolezza dei rischi di una definitiva perdita di rilevanza del Vecchio Continente potrebbe accelerare la sua rincorsa ai sistemi tecnologico-industriali di Stati Uniti e Cina.

Tra le aziende europee di rilievo ci sono Asmil nella filiera dei semiconduttori, Sap nei servizi alle imprese, la start up francese Mistral e la tedesca Black Forest Labs nel campo dell’IA. Sempre tedesca è la startup Helsing costituita nel 2021 che ha già attenuto significatici contratti con Paesi Nato per la produzione di software per droni, aerei militari e mini sottomarini a guida autonoma. Il campione digitale europeo più noto è però la piattaforma globale per la distribuzione di musica Spotify, fondata nel 2006 dagli imprenditori svedesi Daniel Ek e Martin Lorentzon. Nel 2025, Daniel Ek ha investito in tecnologie militari tramite la Helsing.

I Big Tech, in concorrenza e allo stesso tempo in collaborazione tra loro, puntano ora sue applicazioni dell’intelligenza artificiale generativa, come ad esempio le auto a guida autonoma e il ritorno nello spazio per lo sfruttamento delle risorse della Luna e, nelle intenzioni, anche di Marte.

La convergenza tra civile e militare

Inquietante è il connubio tra la sfera civile e quella militare, dovuto non soltanto alla circostanza che le grandi infrastrutture – come i cloud, i satelliti o i cavi sottomarini -, diventano condizione di sovranità e strumento di potere. Ma perché è sempre più lungo l’elenco dei contratti stipulati dai Big Tech con il Pentagono e la Nacional Security Agency (Nsa).

L’azione militare che il 3 gennaio ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e l’attacco di Usa e Israele all’Iran iniziato il 28 febbraio sono stati entrambi effettuati grazie al sostegno delle tecnologie di IA fornite dai Big Tech. Mentre sono recenti le notizie sulle difficoltà dell’esercito di invasione russo in Ucraina, seguite alla decisione di Elon Musk di privarlo della possibilità di utilizzare la sua rete satellitare Starlink.

Emblematico è lo scontro in atto tra la società Anthropic e il Pentagono che vuole mano libera per l’utilizzo del modello di intelligenza artificiale Claude, minacciando di rescindere il contratto stipulato, dal valore di 200 milioni di dollari.
Dario Amodei, il ceo di Anthropic di origini italiane, insiste su due «paletti» ritenuti irrinunciabili: il divieto di impiego del suo chatbot di IA «per la sorveglianza di massa sul territorio nazionale» e per «l’utilizzo di armi completamente autonome».

Mentre non ha nulla da obiettare all’uso dell’IA «per missioni legittime di intelligence e controspionaggio all’estero», ritiene la sorveglianza di massa sul territorio degli States «incompatibile con i valori democratici». Per quanto riguarda le armi completamente autonome sostiene la pericolosità di affidarsi ad esse senza «il giudizio critico esercitato dai soldati nelle più delicate operazioni belliche». Mentre il braccio di ferro con Washington è ancora in corso e sono circolate notizie che la tecnologia Claude sia stata comunque utilizzata nell’attacco all’Iran, il ceo di Open AI Sam Altman – padre di ChatGpt -, si è fatto avanti per sostituire Anthropic. In ogni caso sia Open AI, Google e l’XAi di Musk hanno in piedi contratti milionari con il Pentagono con il compito «di sviluppare funzionalità avanzate di IA per affrontare sfide critiche in materia di sicurezza nazionale».

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