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Argentina, a 50 anni dal golpe: la memoria come campo di battaglia del presente

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Come le organizzazioni per i diritti umani hanno trasformato il dolore in mobilitazione Che cosa significa fare i conti con il passato? La domanda attraversa tutte le società che hanno conosciuto la violenza statale rivolta contro i propri cittadini. In pochi casi, tuttavia, questa resa dei conti ha raggiunto la profondità assunta in Argentina dopo il colpo di Stato del 1976, che lasciò 30.000 desaparecidos, 500 bambini apropiados, migliaia di esiliati e prigionieri politici e un modello neoliberista che trasformò per sempre la struttura economica del Paese. A mezzo secolo dal golpe, l’Argentina resta uno dei laboratori più avanzati – e contesi – della giustizia sui crimini di Stato. Quando nel 1985 il presidente Raúl Alfonsín promosse il celebre Juicio a las Juntas, pochi avrebbero immaginato che si trattava del primo passo di un percorso destinato a durare decenni. L’Argentina non si limitò a relegare il passato nella memoria simbolica: lo portò nei tribunali. Juicio y castigo: processi e condanne. Questa la parola d’ordine del movimento per i diritti umani argentino. Né oblio né perdono. Nel 2026, a mezzo secolo dai fatti, la giustizia è ancora un vulcano in attività: sono in corso 13 procedimenti giudiziari, 63 cause attendono dibattimento e altre 280 sono in fase di indagine. Il bilancio è sorprendente: i tribunali federali hanno pronunciato 360 sentenze per crimini contro l’umanità e genocidio, con più di 1200 condanne. Le indagini hanno localizzato più di 800 centri clandestini di detenzione e identificato centinaia di resti umani grazie al lavoro dell’Equipo Argentino de Antropología Forense, l’ultima pochi giorni fa. Questa persistenza non sarebbe stata possibile senza la pressione costante delle organizzazioni per i diritti umani – gli Organismos – che hanno trasformato il dolore privato in una mobilitazione politica di lunga durata. Un movimento profondamente pacifico, capitanato da Madres e Abuelas de Plaza de Mayo, impegnate nella ricerca dei desaparecidos e dei nipoti rubati e cresciuti sotto una falsa identità. E dagli H.I.J.O.S., la generazione dei figli, che negli anni Novanta resero pubblici i domicili dei repressori, intanto rimessi in libertà dallo stesso Alfonsín e da Carlos Menem. Negli anni Duemila il movimento per i diritti umani trovò finalmente un interlocutore decisivo nelle istituzioni, sotto i governi di Néstor Kirchner e Cristina Fernández de Kirchner, in chiaro contrasto con le esperienze politiche precedenti. I Kirchner coinvolsero gli Organismos nella costruzione delle politiche pubbliche in materia di diritti umani, trasformando in azione istituzionale quelle rivendicazioni mantenute vive per vent’anni, grazie a una volontà politica capace di allineare in modo inedito i poteri dello Stato. L’Argentina ha così prodotto un modello unico di giustizia e riparazione, basato sulle testimonianze dei sopravvissuti, validate da sentenze giudiziarie di tribunali di tutto il Paese. Un modello che ha fatto della verità una funzione costituente senza rinunciare alla giustizia, ignorando i canti di sirena che promettevano informazione, pacificazione e riconciliazione in cambio di impunità. Un modello che ha perseguito le responsabilità a ogni livello della gerarchia criminale, incluse quelle civili: impresari e gruppi economici che trassero beneficio dal colpo di Stato. Si tratta di un processo che, tuttavia, lascia alcune domande ancora senza risposta: dove sono i corpi dei desaparecidos? Dove sono i nipoti apropiados che vivono ancora con una falsa identità? Perché la società argentina fu capace di tollerare la scomparsa di un’intera generazione? E, soprattutto: come evitare che accada di nuovo? Resta la sfida fondamentale di come parlarne con le nuove generazioni, soprattutto in vista del fatto che, grazie anche al voto di molti giovanissimi, nel 2023 è arrivato al potere un governo che rivendica esplicitamente l’operato della dittatura. L’elezione di Javier Milei ha infatti riportato al centro della scena una narrativa che relativizza i crimini della dittatura e mette in discussione le politiche della memoria degli ultimi vent’anni. Il governo «libertario» non è ancora riuscito a interrompere i processi giudiziari in corso, ma ha tagliato programmi statali dedicati alla memoria, alla ricerca dei nipoti apropiados e alla promozione dei diritti umani, mentre minaccia con un nuovo indulto. A cinquant’anni dal golpe, l’Argentina è il Paese con il più alto debito con il Fondo Monetario Internazionale. La principale leader dell’opposizione, Cristina Fernández de Kirchner, dopo essere sopravvissuta a un attentato, è stata esclusa dalla competizione elettorale e si trova in prigione, a seguito di una trama giudiziaria, politica e mediatica indegna di uno Stato di diritto. Il conflitto politico si intreccia così con una tensione crescente sulla qualità democratica, mentre il governo Milei ricorre sempre più a strumenti giudiziari e repressivi per limitare dissenso e protesta, nel quadro di un nuovo ciclo neoliberista di esclusione. Il processo argentino di memoria, verità e giustizia ha tuttavia inciso nella storia un principio inderogabile: lo Stato non può ricorrere al sequestro, alla tortura e all’omicidio per dirimere le divergenze politiche. La vera domanda oggi è se la società sarà ancora disposta a tollerare che i conflitti politici si risolvano con la forza o se, al contrario, sarà capace di rinnovare il Nunca Más, quel patto fondativo sancito nel 1984 grazie all’azione delle organizzazioni per i diritti umani. In un mondo segnato da derive autoritarie, è questo ad essere in discussione nell’Argentina del 2026. Leggi ancheArgentina 1976, identità ritrovate
*** * Nicolás Rapetti è un sociologo e fotografo, è stato capogabinetto e sottosegretario per i diritti umani durante il governo di Alberto Fernández (2019-2023) e ha lavorato sui siti di detenzione clandestina, tra cui l’Esma. È appena uscito per Laterza tradotto in italiano il suo libro «Né oblio né perdono. Argentina 1976–2026» (pp. 288, euro 24), un saggio basato su fonti ufficiali, documenti d’archivio e testimonianze dirette, incentrato sul ruolo della società civile nella costruzione di politiche pubbliche in materia di diritti umani, ma anche sui loro progressi e regressi a seconda dei diversi cicli politici argentini, arrivando fino all’attualità. Nel corso del tempo i tribunali argentini hanno pronunciato 360 sentenze, condannato 1.237 persone e identificato oltre 800 centri clandestini di detenzione. E 140 nipoti, sottratti ai genitori desaparecidos, hanno potuto ritrovare la loro vera identità.  Fonte/autore: Nicolás Rapetti, il manifesto

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