Beppe Alfano, l’eroe di destra martire della mafia: sfidò Santapaola pagando con la vita il suo coraggio
Ci sono morti che non conoscono nemmeno la perequazione della livella di Totò. Morti innocenti, coraggiosi, che passano in secondo piano per le loro idee politiche scomode. Uno di questi era Beppe Alfano, che la mafia la combatté con coraggio pagando con la vita e pagando anche dopo lo scotto delle sue idee politiche.
Un giornalista scomodo
Giornalista siciliano e insegnante, corrispondente del quotidiano La Sicilia di Catania, Beppe Alfano sentiva dentro di se l’impegno e il dovere dell’antimafia. Aderì prima alle organizzazioni giovani del Msi, poi ad Ordine Nuovo. Veniva spesso chiamato (anche da sé stesso, con una punta di sfida) il “giornalista fascista”. Questo sottolineava come la sua opposizione alla mafia non derivasse da un’area progressista, ma da un profondo senso dello Stato e della legalità tipico della sua visione di destra.
Le sue inchieste da “abusivo”
Le inchieste di Beppe Alfano si concentrarono sugli intrecci tra criminalità organizzata, politica e massoneria a Barcellona Pozzo di Gotto e nel Messinese. Sebbene fosse un collaboratore pubblicista (la tessera gli fu conferita alla memoria), il suo lavoro investigativo per il quotidiano La Sicilia e per emittenti locali come Telenews fu di una profondità tale da costargli la vita.
La latitanza di Nitto Santapaola
La latitanza di Nitto Santapaola, capo mandamento catanese deceduto pochi giorni fa, è considerata uno dei moventi principali del suo omicidio. Alfano aveva scoperto che il boss catanese si nascondeva proprio a Barcellona Pozzo di Gotto, protetto dalle cosche locali, e aveva segnalato questa presenza agli inquirenti poco prima di essere ucciso.
Gli appalti pubblici e le logge deviate
Alfano indagò a fondo sulle logge massoniche di Messina e Barcellona, viste come il punto d’incontro (“il gioco grande”) tra boss mafiosi, esponenti delle istituzioni e professionisti per la gestione del potere locale. Scrisse ampiamente sulle infiltrazioni mafiose negli appalti per il raddoppio della linea ferroviaria e per la costruzione dell’autostrada Palermo-Messina. Denunciò le frodi nel settore dell’agricoltura, in particolare i contributi indebiti ottenuti per l’agrumicoltura e l’allevamento di bestiame. In quella Sicilia omertosa, fece di tutto, avrebbe scritto Sciascia, per “essere ucciso”.
L’omicidio
La sera dell’8 gennaio 1993 a Barcellona Pozza di Gotto, Beppe Alfano fu brutalmente ucciso. Intorno alle ore 22:00, Alfano si trovava alla guida della sua Renault (una R19 amaranto o una R9, a seconda delle fonti) in via Marconi. Fu affiancato da un sicario che esplose tre colpi di pistola calibro 22. I proiettili lo raggiunsero al petto e alla testa, uccidendolo all’istante.
Giuseppe Gullotti, capo della famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto, è stato condannato all’ergastolo con sentenza definitiva nel 1999 come mandante dell’omicidio. Antonino Merlino, esecutore, è stato condannato a 21 anni e 6 mesi di reclusione. Tuttavia, sulla sua figura sono emersi dubbi nel tempo, alimentati anche da dichiarazioni di collaboratori di giustizia che lo indicano come estraneo all’azione di fuoco.
Le bellissime parole di Mattarella
Sergio Mattarella gli ha dato il tributo migliore. Lo ha definito, “modello per generazioni di ogni tempo”, evidenziando come la sua ricerca della verità sia “un valore universale che trascende le appartenenze politiche”. Il migliore complimento possibile.
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