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Февраль
2021

Mydrama: «Ringrazio la sofferenza che mi ha resa quella che sono»

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Mydrama
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Quando si spengono le luci, i sogni si avverano. Alessandra Martinelli, meglio conosciuta come Mydrama, ne è talmente convinta da averci scritto una canzone: si chiama Le Luci, è stata realizzata insieme a Dani Faiv e segna il suo ritorno alla musica dopo l’esperienza di X Factor che l’ha vista fuori a un passo dalla finale. Il brano, che arriva dopo il successo di singoli come Cornici bianche e Vieni con me, è anche un omaggio a una città che ha sempre rappresentato per Mydrama una dimensione sicura, un luogo in grado di solleticare la sua curiosità e di connetterla con il mondo: Milano. «È una città che mi ha fatto scoprire tantissime cose, visto che vengo da un paese di duemila abitanti» spiega Alessandra al telefono proprio dalla città che ama così tanto, ma nella quale non si è ancora trasferita («Al momento mi appoggio a delle amiche, sono un po’ nomade perché torno spesso a casa dai miei»).

https://www.youtube.com/watch?v=5T-hihpPFvg

«Milano mi ha aiutata a liberare la mente, ad aprire fronti. Ho iniziato a intravedere opportunità che il paese non riusciva a darmi e a stringere l’idea di poter realizzare il mio sogno» insiste Mydrama, voce di rara bellezza che Hell Raton ha definito «piena di cicatrici», ragazza dagli occhi chiari che, anche attraverso il suo nome d’arte, ha sempre cercato di usare la sofferenza come uno strumento per costruire qualcosa di bello. 22 anni, nata a Lodi e cresciuta a Monte Cremasco, Mydrama capisce di voler investire tutto nella musica quasi subito: dopo aver studiato come autodidatta seguendo i tutorial su YouTube e aver lasciato la fabbrica di cosmetica dove ha lavorato per un anno e mezzo, le sue risorse e le sue energie sono tutte andate al sogno che sta finalmente realizzando e al buio che ha sempre rappresentato per lei la condizione creativa essenziale.

Cosa succede quando si spengono le luci?
«I sogni iniziano a realizzarsi. Sono abituata a scrivere i miei progetti nei momenti di tranquillità ma ora, dato che il sogno si sta realizzando, è arrivato il momento di farlo vedere a tutti. Dopo X Factor ho sempre detto che avrei voluto continuare questa strada e ora sta succedendo».

È curioso che lei associ il sogno alle luci spente quando notoriamente le luci accese significano ribalta e successo.
«È l’opposto, è vero. Ho sempre fatto le cose a luci spente stando sempre zitta e ragionando con me stessa, cercando di capire il progetto, le canzoni. Quando le luci erano accese, il sogno si spegneva».

La passione per la musica, invece, quando si accende?
«Un po’ tardi, quando avevo 10 anni, durante l’adolescenza. Sarà perché prima ero molto timida».

Cosa succede a 10 anni?
«Guardare mia zia che cantava mi emozionava e, a un certo punto, ho capito che volevo fare lo stesso. Anche lei come me è cresciuta in un ambiente ristretto, solo che io ho voluto aprire fronti a tutto, entrare in una dimensione più grande della sua. Lei e mia nonna mi hanno dato la forza di crederci: quando le sentivo cantare, dentro di me sentivo qualcosa di speciale. La musica mi ha resa più sicura di me stessa».

La sua adolescenza è stata, quindi, più sfrontata della sua infanzia?
«Assolutamente sì».

A 18 anni ha provato a entrare a X Factor per la prima volta, ma non è andata bene. Che ricordo ha? 
«Mi iscrisse mia madre: mi vedeva scrivere tutto il giorno e mi convinse che le mie canzoni non potevano essere ascoltate solo dai muri della mia stanza. Andai ai provini, ma non mi presero. Probabilmente dovevo ancora crescere a livello di personalità e capire chi fossi».

Quel “no” le fece male, lì per lì?
«Sono una persona che quando affronta delle cose negative cerca sempre la positività. Il fatto di aver partecipato a X Factor prima mi ha aperto le strade e mi ha portato a lavorare su me stessa. È questo che mi ha spinta».

Parallelamente alla musica, ha lavorato per diverso tempo in fabbrica. Come sono stati quegli anni?
«Molto pesanti. A un certo punto avevo accumulato talmente tanto stress che sono arrivata allo stremo, da un giorno all’altro ho lasciato tutto: sapevo che non era la mia strada, era solo questione di tempo prima che lo capissi. Lavoravo per investire i soldi nella musica, comprare il pc, le casse, il microfono».

È stato un bel salto nel buio.
«Infatti i miei non erano molto felici ma, nonostante tutto, mi hanno sempre sostenuta. Erano preoccupati perché ero allo sbaraglio, ma sono molto testarda e volevo dimostrare a loro, ma ancora di più a me stessa, che ce la potevo fare. Semplicemente la necessità di fare musica a tutti i costi è esplosa».

Grazie alla musica ha affrontato la sofferenza che ha usato anche nel nome che si è data, Mydrama.
«Una sofferenza legata non solo alla parte lavorativa, ma anche alla parte degli affetti. Per diverso tempo ho avuto un rapporto tossico che mi ha portata a una forma di dipendenza affettiva. Quando ho chiuso quella situazione sono riuscita, grazie alla musica, a tranquillizzarmi e a usarla come terapia. Scrivevo tutti i santi giorni».

La tossicità di quel rapporto ha avuto conseguenze su di lei?
«È stato molto difficile, ma per certi versi mi ha aiutata: grazie a quella relazione sono riuscita a capire i miei limiti. Da quel momento in poi ho conosciuto meglio me stessa e ho preso più sicurezza e confidenza. So che non dovrei dirlo, ma ringrazio per la sofferenza che ho patito, che bisogna sempre cercare di trasformare in qualcosa di concreto».

Il suo nome, Mydrama, la metterà tutti i giorni di fronte a quello che ha vissuto: lo conserverà per sempre o a un certo punto deciderà di cambiarlo?
«Non è un ingombro per me, le cose negative che ho vissuto fanno parte della mia vita. Il trucco è cercare di vedere le cose con un’ottica diversa, e io ci sono riuscita».

Il sogno della musica e di Milano li ha realizzati. Cosa rimane fuori? 
«Quello di realizzarmi totalmente. Insieme al sogno della musica, sogno anche di essere felice, di trarre beneficio dalle piccole cose e magari di fare del bene agli altri».

È felice adesso?
«Sì, per il momento sono molto serena, anche se si può fare di più. Non mi basta mai quello che ho. Penso anche che non voglio rimanere qua: ho sempre avuto una visione molto internazionale e spero che ci siano le opportunità per prendere questo treno in futuro».

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