Pietro Turano, Pietro il Grande
Questo articolo è pubblicato sul numero 8 di Vanity Fair in edicola fino al 23 febbraio 2021
Quel che colpisce di più, di Pietro Turano, è la disarmante nitidezza delle sue idee, amplificata dalla precisione con la quale, a 24 anni, è capace di esprimerle.
Un tempo sulla carta d’identità si indicava la professione. Lei che cosa avrebbe indicato?
«Attore e attivista».
In effetti la conosciamo come interprete di Skam Italia, come vicepresidente di Arcigay Roma e consigliere nazionale di Arcigay. Attivista: un termine abusato?
«È un po’ inflazionato, sì. Io faccio attivismo classico, sul territorio, nelle associazioni che offrono un supporto concreto. Con i social sono sbucate figure che si dichiarano, o vengono percepite, come attivisti. Non li demonizzo: il problema è che oggi l’attenzione per le politiche sociali è limitata, e il rischio è che venga monopolizzata da loro».
Un tradizionalista, dunque: piazze, riunioni, incontri…
«Le scuole, la formazione, i servizi. E poi c’è l’attività più politica, di interlocuzione con le istituzioni».
Giovane e con l’«aggravante» di essere attore… Come riesce a farsi prendere sul serio?
«I pregiudizi sono la costante della mia vita, e non solo quelli legati all’omosessualità. Spesso mi sento dire: “Ma che ne sai, tu che sei un ragazzino?”. Io mantengo sempre un basso profilo, cercando di dare il mio contributo nella dimensione collettiva. La cosa bella dell’attivismo puro è che non ci sono protagonisti, nessuno cerca visibilità».
D’altra parte, lei appaga la voglia legittima di protagonismo con il lavoro di attore.
«Sfrutto la mia popolarità: voglio essere un megafono per raccontare anche altre persone».
Essere noto rende più efficace il suo messaggio sociale?
«Guardi, anche nella politica si è un po’ attori. Sono ambiti che si contaminano molto».
Il suo impegno sociale è nato come reazione a un episodio di omofobia del quale è stato vittima. È stata una scelta, o c’entra il carattere?
«Forse non avrei potuto fare altrimenti. Non ho mai pensato di essere più figo di qualcun altro, ma più fortunato sì. Ho goduto di privilegi che mi hanno portato a essere chi sono oggi: la famiglia, le scuole, gli amici. Ma i privilegi, di per sé, non sono una colpa».
Sarà, ma io ci vedo anche del coraggio.
«Forse, ma, mi creda, anche il poterselo permettere».
È molto maturo: si sente mai una mosca bianca tra i suoi coetanei?
«Un professore al liceo mi disse: frequenta solo persone migliori di te. Così ho fatto, cercando sempre relazioni scomode. Ma non credo che la mia generazione sia poi così allo sbando: i miei coetanei sono disponibili all’ascolto e aperti, forse più delle generazioni precedenti».
Per cambiare il mondo è sempre necessario contestare le vecchie regole?
«Le regole sono importanti, servono per capire chi siamo e chi potremmo essere: è nei limiti che io vedo la possibilità di sentirsi liberi. Vanno rispettate fino a che non se ne trovano di migliori».
Una regola che imporrebbe subito: da oggi si fa così…
«Il fatto è che le regole si costruiscono assieme. Sono vittima del senso di comunità».
Dall’attivismo alla politica il passo è breve. Ci pensa?
«Per ora no. Anzi, ho declinato alcuni interessamenti».
Turano attore/attivista: più Dr. Jekyll e Mr. Hyde, o Superman e Clark Kent?
«Jekyll e Hyde. E Hyde è l’attivista».
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