Una fiaba horror-thriller
Tutti i santissimi giorni, da ovunque verso ovunque, dopo lo spettacolo teatrale che mi riguarda, io e Ninni rientriamo a casa. Senso di colpa sposato con il dovere o malattia mental mammifera? Non abbiamo ancora una risposta e nel dubbio torniamo, torniamo sempre, anche quando in molti ci dicono di non farlo.
Finito lo spettacolo ci mettiamo in macchina, che già in due siamo un censimento sulla famiglia moderna (cinque figli in due, due padri-ex mariti, due fidanzati abbastanza nuovi, una gatta, due ripetitori Sky Q, una manicure cinese di fiducia, due cerette se riusciamo) e gonfie di orgoglio rientriamo a casa. Tutti i giorni Brescia – Cuneo – Brescia, Brescia – Firenze – Brescia, Brescia – Castagneto Carducci – Brescia e… Puglia – Brescia, Piemonte – Brescia e Abruzzo – Brescia. Nessuna di noi parla mai del perché lo stiamo facendo, ormai non ce n’è più bisogno. Ninni sarebbe la compagna ideale se mi piacessero le donne in modo «sferico»… ci siamo capiti vero? Invece no. Siamo sorelle per scelta, mamme all’antica forse ma se dovessimo scegliere uno scrittore per documentare tutto questo sarebbe sicuramente Edgar Allan Poe quello giusto. Una fiaba vera con pieghe horror-thriller psicologicocimisivici.
Ora mettetevi a letto, rimboccatevi le coperte e reclutate qualcuno che prenda Vanity Fair e vi legga questa breve diversamente fiaba della diversamente buonanotte.
C’era una volta…
Sono le 0.05, scrivo da un furgone Ducato otto posti bianco che ci sta riportando a Brescia da Casale Monferrato in provincia di Alessandria. Ninni scricchiola accanto a me come lo sportello di questo rumoroso ma onesto mezzo che ci sta riportando al tepore delle nostre case… forse.
Mancava soltanto mezz’ora all’arrivo in teatro, io che mi truccavo per vezzo ammiccando verso Ninni cantando una canzone di Marcella Bella. Al calduccio, sorridenti, appena lasciati i nostri cinque figli e le loro paturnie adolescenziali, tronfie per aver fatto il nostro dovere, in macchina come sempre verso il lavoro, tutto talmente giusto da far venir voglia al destino di sbagliare qualcosa. Però erano le 20.30 non le 3.30 che è l’ora del diavolo! Alle 20.30 a parte Striscia la Notizia e i Soliti Ignoti non può succedere niente, non deve… invece… con gli spettatori nel foyer a bere uno spritz prima dell’inizio dello spettacolo, Ludovica (Modugno − attrice − doppiatrice − psicocollega) in camerino che mi aspetta per iniziare, Lola (sarta − costumista − parrucchiera − donna) con i vestiti in mano pronta per vestirmi, noi… sgagagang strinc cranc clacanc!
Un rumore sinistro, quello del cerchione sull’asfalto, sinistri i nostri sorrisi pure un po’ ebeti, la faccia che impreca senza suono, un simpatico benzinaio che fuma e che con un filo di voce dice: «A..ete…ucato aomma… Vi dovete arrangiare!». Sarà fatto, nobiluomo, non abbiamo capito niente tranne l’ultimo concetto. «AVETE BUCATO!» ci segnala un collega automobilista abbassando il finestrino del suo bolide biturbo biposto in giacca e cravatta. Lo sappiamo nobiluomo2, siamo donne ma certi rumori e quella sensazione acrobatica di stare in equilibrio su tre ruote è sbagliata anche per noi.
«E freddo sia, mia cara Ninni, aspetteremo i soccorsi, vedrai che tutto andrà bene. A me scappa la pipì, l’autostrada è deserta al confine del mare (A. Venditti) ma noi ci abbracceremo forte, vedrai che arriveranno».
Lo spettacolo s’ha da fare. A casa s’ha da tornare.
