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Апрель
2020

Ripartire dopo la crisi: le soluzioni delle aziende della moda

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L’emergenza sanitaria in atto, inevitabilmente, ha acceso le sirene di un’emergenza economica. Se i tempi di una ripartenza sembrano un miraggio, sono le modalità in cui questa avverrà a creare il vero punto di domanda. Eppure, l’Italia, di arrendersi, non ne vuole sapere. In ballo ci sono i sacrifici di una vita, una passione radicata per il proprio lavoro, la sopravvivenza socio-economica. Il tutto condito da quell’inguaribile ottimismo che, insieme a guanti e mascherine, è diventata l’unica arma di difesa.

«Dobbiamo usare questo tempo con lucidità e prepararci a vivere le eventuali difficoltà che sorgeranno non come ostacoli insormontabili, ma come un pungolo che ci porti ad individuare soluzioni e approcci per affrontare le sfide dettate dalle nuove dinamiche di sistema – afferma Giovanni Bianchi, Direttore Ufficio Stile e Amministratore Delegato Lubiam. È proprio in momenti come questo che la creatività e il saper fare vengono spinti al massimo e si possono esprimere in tutta la loro potenza generatrice e rigeneratrice».

E difatti, mentre le tasche del Paese si stanno svuotando e i bilanci piangono in negativo, nelle aziende si stanno studiando soluzioni concrete e mirate per rimanere a galla. Soprattutto nel comparto moda, tra i più colpiti da questa crisi.

«La storia insegna che, per reazione, dopo una crisi scatta prepotente la voglia di vivere» fa sapere Nicoletta Spagnoli, Amministratore Delegato e Presidente Luisa Spagnoli che, aggiunge, «l’intenzione è di ripartire, appena ne avremo la possibilità, con alcune attività produttive per garantire l’avanzamento della collezione invernale, nella massima e rigorosissima sicurezza, adottando presidi di protezione, distanze di sicurezza, sanificazione degli ambienti».

«Molti aspetti logistici dovranno essere rivalutati e riorganizzati – si accoda Moreno Faccincani, founder del brand Moorer – ma sono sicuro che tutte le aziende compatte e ben strutturate riusciranno a riassettarsi cambiando il proprio approccio al lavoro che sicuramente sarà più intenso e fuori da schemi consolidati. Dovremo tutti rimboccarci le maniche per ripartire con entusiasmo nel limite di quanto ci sarà permesso». Della stessa idea Enrico Vanzo, Amministratore Delegato di Manila Grace che col suo team è al lavoro per studiare nuove modalità di presentazione delle collezioni «Non possiamo pensare di organizzare convegni e meeting come facevamo fino a qualche mese fa. Dobbiamo necessariamente riformulare il nostro modus operandi facendo uso della tecnologia e delle nuove tecniche di streaming e 3D che, fortunatamente, ci permettono di annullare barriere fisiche con le quali, purtroppo, dovremo fare i conti».

Un riassetto totale delle modalità di lavoro sembra essere quindi il primo passo da muovere sul terreno fragile del post Covid-19, a cui si aggiunge anche una riorganizzazione dei tempi di produzione. Uscite ridotte, dilatazione del periodo di sopravvivenza del prodotto nel negozio, meno corse affannose alle novità dalla vita breve. «Fare collezioni molto più ristrette nel numero di capi e tessuti proposti, oltre a studiare due uscite in stagione, vendute come delle capsule con consegne in tempi diversi» è il suggerimento di Dora Zecchin, designer e proprietaria di Pence 1979. Una prospettiva profilata anche da Cristina Tardito, designer e proprietaria di Kristina T, che propone di congelare le consegne della capsule resort (in consegna marzo/aprile) «dando in questo modo la possibilità ai miei clienti di ricomprarla in aggiunta a nuove proposte a settembre. Sarà certamente un costo non indifferente per la mia azienda perché la collezione era già pronta alla consegna, ma rappresenta un segnale di collaborazione con i miei clienti». Una prospettiva a cui si accoda anche Manuela Bortolameolli, Co Fondatrice e Direttore Marketing di Diego M: «Sarebbe importante riportare i tempi della moda ad un ritmo più sostenibile. Questo potrebbe dare il modo alle aziende di ripartire puntando più sulla qualità e l’unicità che sulla corsa all’accaparramento, passando dal «tutto e subito» al «qui e ora».

Qualità, unicità, valore del prodotto. In poche parole: tornare a confidare nel potere unico e prezioso del Made in Italy. «Pensiamo che le persone sceglieranno un articolo di abbigliamento con maggiore consapevolezza e sarà importante sapere che quel capo ha dietro di sé una storia in cui ogni passaggio che porta alla sua realizzazione mette al lavoro le piccole eccellenze artigianali e intellettuali del territorio e che, sin dalla progettazione, ci si è presi cura del suo valore, in termini di materie prime, design e portabilità» spiegano Rodolfo e Camilla Zambelli, rispettivamente Ceo e brand manager de Les Copains. «Penso che nel prossimo futuro ci sarà una sensibilità maggiore e bisogno per un Valore Concreto del prodotto – rimarca Yossi Cohen, Direttore Creativo add. Anche se questo fa già parte nel dna di ADD, stiamo studiando nuove soluzioni produttive che ci permetteranno di rispondere a questa nuova esigenza».

«Mi piace dire che il valore delle cose deve tornare ad essere nelle cose stesse» afferma Marco Campomaggi, Fondatore e Presidente dell’omonimo gruppo che ha già imboccato questa direzione. «Stiamo già lavorando con tutto il team per essere pronti a proporre line più snelle, semplificate e servizi ad hoc. Continueremo a puntare anche sull’e-commerce con collezioni dedicate e una maggiore attenzione alle esigenze precise dei nostri consumatori perché il rapporto diretto con loro diventerà ancora più importante». Un legame, quello col cliente, sempre più centrale sottolinea Angelo Cruciani, Founder e Creative Director di Yezael: «Investiremo sui rapporti umani, potenzieremo il rapporto diretto con i clienti coinvolgendoli in una maniera meno virtuale: creeremo insieme pezzi unici e customizzazioni ad hoc, momenti di incontro esperenziali che non siano le solite feste o sfilate, ma esperienze di crescita condivise».

Prudenza e concretezza sono gli ingredienti che condiscono la ricetta di Mantero Seta che vuole ripartire proprio da là, dalla mission stessa dell’azienda, ovvero: «Essere un’eccellenza in ambito tessile, avere una produzione verticalizzata, possedere grande creatività che si appoggia su una struttura moderna – investendo sull’innovazione tecnologica, sul digitale e, last but not least, sui giovani e sulle competenze straordinarie che si accompagnano ai diversi “mestieri” in ambito tessile» fa sapere il Ceo Franco Mantero.

Fare leva sulle risorse disponibili quindi, e, insieme, affidarsi al potere della tecnologia come ponte che abbatte le distanze è la carta giocata da Bianchi e Nardi 1946: «Smart Working e vendita online saranno preziosi alleati delle Pmi italiane in questo momento di crisi – afferma Gabriele Bianchi, uno dei cinque soci dell’azienda – le piattaforme di Cloud online sono utili per organizzare e gestire il lavoro da remoto, mentre i canali digitali al momento sono l’unica soluzione percorribile per promuovere e vendere i propri prodotti».

Vendite che ci auspichiamo tornino presto a far risalire i numeri, a riempire casse, a irrorare un mercato abbattuto da un virus potente e distruttivo in tutte le sue forme. «Nessuno sa che cosa succederà quando la pandemia finirà. Possiamo però guardare al passato al fine di comprendere quali siano gli elementi che ci potrebbero aiutare per superare la crisi – dice Michele Zanella, Ceo O bag – È importante sfruttare il momento di discontinuità per apprendimento o evoluzione dei modelli, sapendo cogliere le nuove opportunità per trasformarle in sviluppo e crescita».

«Una volta messo in sicuro tutto il sistema sanitario, mi aspetto un intervento del governo a sostegno di tutti i cittadini: famiglie, imprese, dipendenti, lavoratori autonomi – dichiara Paolo Re, Ceo Recarlo. Oggi il rischio post Covid-19 è quello di perdere il capitaleumano imprenditoriale con gravi conseguenze per tutte le filiere e i lavoratori coinvolti. Perdere il capitale umano imprenditoriale vuol dire perdere il lavoro».







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